un racconto di Alessandro Beghini

 

 

Aveva comprato una vecchia foto di Robert Louis Stevenson in un piccolo banco di cianfrusaglie ad un mercatino dell’usato. Approfittando dell’offerta prendi cinque paghi tre, si era aggiudicato un lotto di foto tutte stampate su una carta spessa e di bassa qualità, che ricordavano delle cartoline di seconda mano, di quelle che si possono comprare nei negozi di souvenir in una qualsiasi città. Nessuna delle altre quattro foto gli interessava, solo quella di Stevenson aveva un valore per lui, e avrebbe comprato solo quella se non fosse che il vecchio proprietario della bancarella di cianfrusaglie si era rifiutato di vendergliela singolarmente. Una risposta che lo stizzì e lo fece sentire in imbarazzo, e lo fece sentire preso in giro, una risposta che lo portò a spulciare ad una ad una tutte le altre decine (centinaia) di fotografie accatastate sulla bancarella di cianfrusaglie. 

Lo fece da prima con un senso dell’ordine e del rigore, alla ricerca di altre foto di Stevenson, ma quando realizzò che quella trovata era l’unica nel mucchio, finì per farlo svogliatamente e alla rinfusa. Le altre quattro foto erano tutte trascurabili: vedute panoramiche di città che non conosceva, folle di sconosciuti in festa, facciate di palazzi rinascimentali. Come fosse finita la foto di Stevenson in mezzo a quel mucchio era un mistero, non avevano nulla in comune; eppure l’aveva trovata proprio lì in mezzo, come un rabdomante trova l’acqua in una valle deserta, con un movimento deciso delle mani nella vastità di quei rettangoli di carta, guidato da qualcosa di divino, e quando l’aveva trovata aveva capito subito a cosa sarebbe servita e questo lo aveva reso felice, anzi più che felice, lo aveva fatto sentire realizzato. 

Pagò e si mise a percorrere a passo svelto il lungo viale che dalla piazza del Duomo portava al negozio dove avrebbe comprato una cornice delle dimensioni adatte alla fotografia, per poi precipitarsi di corsa in casa, dove, ancora in preda a quello che si poteva definire un senso di eccitazione spropositato, ripose la fotografia nella cornice. Prese un piccolo chiodo e con il martello lo posizionò proprio al centro del muro davanti la sua scrivania, bastarono quattro colpi ben assestati perché il chiodo penetrasse l’intonaco e il mattone sottostante, trovando il suo posto nel muro. Prese la piccola cornice e appese la foto proprio lì, al centro del suo studio, davanti la sua scrivania, all’altezza del proprio viso. Così che tutte le volte che si sarebbe seduto, la prima cosa che avrebbe visto sarebbe stato Robert Louis Stevenson e sarebbe anche stata l’ultima cosa che avrebbe visto prima di alzarsi dalla scrivania. Tutti i giorni. Quella della foto appesa davanti alla scrivania era un’usanza su cui l’aveva istruito un poeta di Girona di nome Manuel Lodilla, che si era appeso una foto di Vargas Llosa proprio davanti alla sua scrivania, e aveva detto ad Amedeo che quella foto la guardava tutte le mattine prima di mettersi al lavoro e ogni sera prima di andare a dormire. Ogni volta che la guardava si ripeteva: “io non sono lui, ma va bene comunque”, poi cominciava a scrivere. Diceva che lo aveva visto fare a sua volta ad un romanziere colombiano che teneva davanti a lui una foto di Eugenio Montale e forse il colombiano lo aveva visto fare a qualcuno a sua volta e così via, in un circolo infinito, e un po’ ridicolo, di romanzieri e poeti che tengono foto di poeti e romanzieri davanti alle loro scrivanie per provare a ricordarsi i propri eroi e per provare allo stesso tempo a non essere come loro. 

La foto di Stevenson serviva proprio a quello, serviva ad ammettere l’esistenza di un modello (un Maestro) ma allo stesso tempo aiutava a prendersi la libertà di non essere mai veramente all’altezza di quel modello, magari addirittura di allontanarsi da lui.

Quando posizionò la foto di Stevenson nel posto designato però non ottenne quanto sperato, anzi, in lui cominciò a farsi strada una sensazione estremamente sgradevole, e con il passare dei giorni l’unica cosa che crebbe fu il suo senso di colpa, il suo disagio. Fino a che arrivò a non riuscire neanche a guardare la foto di Stevenson, perché guardarla non faceva altro che farlo pensare a Manuel Lodilla, quel poeta di Girona, quel poeta portoricano che viveva a Girona, quel poeta portoricano che viveva a Girona e che indossava sempre un piccolo fazzoletto rosso intorno al collo che serviva a coprire una piccola cicatrice all’altezza della trachea. Quel fazzoletto rosso lo indossava anche quando lo aveva visto per la prima volta mentre leggeva un libro di Javier Marías, ai giardini sotto la cattedrale di Girona, un posto che aveva ricordato ad Amedeo uno squarcio del Marocco o dell’Egitto, anche se non c’era realmente nulla che potesse essere ricondotto al Marocco o all’Egitto, era un tipico giardino spagnolo, poteva sembrare un giardino di Valladolid o un giardino di Bilbao, insomma poteva sembrare ogni giardino in ogni parte della Spagna, eppure a lui era sembrato uno squarcio di Marocco o di Egitto. Quel libro di cui ora non riusciva a ricordare il titolo, in quel momento, in quel giardino che poteva essere un giardino di Barcellona o di San Sebastian ma che a lui sembrava sempre più chiaramente uno squarcio del Marocco o dell’Egitto, in quel momento era stato il motivo (o forse è meglio dire il modo) per cui (o grazie al quale) era riuscito a parlare con Manuel per la prima volta. Amedeo parlava abbastanza bene lo spagnolo per via di una certa zia da parte di padre con la quale era solito passare almeno una settimana ogni autunno; anche se non perfetto il suo era uno spagnolo dignitoso, e dove non riusciva ad arrivare con il suo spagnolo dignitoso arrivava con uno spagnolo meno dignitoso mescolato ad un italiano lento e strusciato, fatto di sillabe pronunciate a rallentatore e gesti ariosi che rubavano l’attenzione dell’occhio dell’interlocutore. Ora lui non parlava una parola di spagnolo da troppi anni per pensare di poterlo parlare con quella sfrontatezza, per pensare anche solo di farsi capire da un poeta di Girona su una panchina di un parco, che poteva essere un parco di Madrid o di Valencia ma che a lui aveva ricordato il Marocco o l’Egitto, ora si chiedeva se avrebbe mai avuto il coraggio di iniziare una conversazione come quella che aveva iniziato con Manuel quel pomeriggio, prendendo spunto da un libro di cui ora non ricordava il titolo, ma che un tempo (a quanto pare) era stato così importante per lui. 

Ai tempi quel tipo di coraggio lo aveva avuto, ai tempi, non si ricordava bene in che modo, aveva il coraggio di fare molte più cose, di concedersi molti più rischi, aveva il coraggio di riconoscere a sé stesso un credito maggiore, perché si riteneva una persona degna di quel credito. Mentre ora era talmente stufo di se stesso, talmente stufo di quello che stava facendo della sua vita, della sua immobilità come scrittore, che equivaleva in un certo modo (equivaleva completamente) alla sua immobilità come essere umano, che quel credito non era più disposto a darselo. Avevano parlato di letteratura spagnola su quella panchina, che era un argomento di cui Amedeo non sapeva nulla mentre quel poeta di Girona sapeva ogni cosa e sembrava non voler fare altro che diffondere il suo sapere. Il poeta gli aveva detto di essere un poeta mentre Amedeo gli aveva detto di non sapere cosa fosse, che voleva essere un romanziere (forse) o magari un drammaturgo e il poeta di Girona lo aveva guardato con una faccia stranita come a chiedersi se il mestiere del drammaturgo fosse un vero mestiere, cioè un mestiere che si faceva ancora, cioè un mestiere con il quale era possibile guadagnare i soldi per un affitto o per comprarsi da mangiare. Amedeo aveva visto quello sguardo e aveva reagito con un’espressione infantile, alzando leggermente le spalle, inclinando la bocca, guardando verso il basso, come ad ammettere che quello forse non era più un mestiere in effetti. Subito dopo averlo fatto però si era sentito offeso e aveva guardato il poeta con aria di sfida perché se c’era un mestiere più desueto del drammaturgo, se c’era un mestiere con il quale era ancor più difficile dire se fosse possibile guadagnarsi da vivere, ancor più che il mestiere del drammaturgo quel mestiere era quello di poeta. Ma non fece in tempo a proferire parola che si pentì subito di quel suo pensiero e lasciò cadere la rabbia e quel senso di sfida che per un attimo gli era salito su per la spina dorsale. 

Il poeta lo invitò ad una festa in Avenida Milton, a casa di un pittore che festeggiava un importante contratto appena firmato con una galleria di Barcellona, così gli avrebbe potuto presentare i suoi amici, persone interessanti che era sicuro Amedeo avrebbero adorato, sembrava che tutti gli amici del poeta fossero a loro volta poeti o pittori o scultori o cineasti o romanzieri o musicisti, nessuno di loro lavorava in banca, nessuno di loro serviva caffè in un bar la mattina presto o puliva le strade la notte; Girona pareva essere la prima città d’Europa in grado di sostentarsi solo con l’arte. Ci andò e si sentì a disagio fin da subito, si sentiva prudere ovunque in quell’ambiente così ostile nel quale non conosceva nessuno e nel quale sembrava non voler concedere a nessuno la possibilità neanche di avvicinarsi a lui. Il poeta di Girona lo aveva presentato agli amici come il romanziere italiano, loro si erano complimentati, ma la cosa che più lo aveva infastidito era che nessuno gli avesse chiesto che cosa avesse pubblicato, quali libri avesse scritto, su quali riviste apparisse la sua prosa, una domanda alla quale Amedeo non avrebbe saputo cosa rispondere visto che non aveva mai pubblicato nulla, visto che non aveva mai finito letteralmente nessuno dei tanti romanzi che aveva iniziato. Ma questo non importava, perché Amedeo avrebbe preferito affrontare l’imbarazzo della mancanza di ogni qual si voglia tipo di pubblicazione, anzi che essere presentato (ed accettato) come il romanziere italiano, senza dover mostrare una qual si voglia veridicità di questo titolo. A distanza di anni ripensare a quella presentazione lo rendeva ancora nervoso, era come se quelle parole, quelle banali parole di presentazione, fossero state un anatema, una maledizione, un traguardo palesemente inarrivabile che il poeta di Girona, senza saperlo, aveva stabilito per lui. Uno standard con il quale si sarebbe confrontato per gli anni successivi, senza mai riuscire a raggiungerlo. Dopo tre cocktail martini, un paio di sigarette e una conversazione ben oltre le sue conoscenze sulla pittura di De Kooning era riuscito a tornare di un umore accettabile per restare in mezzo alla gente, ed era proprio in quel momento che Manuel gli aveva presentato Harvey, giornalista e dottorando dell’università di New York, che da qualche mese abitava a Barcellona per uno scambio universitario e che aveva sopracciglia folte e mani che gli erano sembrate ruvide ma che toccandole si era reso conto fossero lisce e piccole. Fin dal primo momento, fin da quando ancora non erano stati presentati ma si stavano solo avvicinando l’uno all’altro, gli era parso che questo newyorkese di un metro e novanta lo guardasse in modo torvo e sospettoso. Indossava una camicia che gli stava stretta e metteva in risalto un ventre leggermente tondo, ma i bicipiti gonfi dimostravano un passato in qualche sport, uno di quegli sport da americani tipo la pallacanestro magari o il football, e quel corpo aveva un qualcosa di sopito, come se stesse tenendo nascoso qualcosa, come se fosse un agente dormiente in attesa di una parola in codice. Continuava a guardarlo in modo strano e così anche Amedeo cominciò a guardarlo in modo strano, anche se non sapeva perché lo stesse facendo, anche se non aveva voglia di farlo. Ma lo fece, perché in quel modo di mostrarsi a vicenda la propria diffidenza, Amedeo riusciva a sfogare parte di quel nervosismo accumulatosi in una serata nella quale si trovava fuori posto, una serata in cui tutto sembrava infastidirlo, dal vino servito in bicchieri di carta ai discorsi su Kline o Norman Mailer. Una serata dalla quale sarebbe voluto scappare, ma dalla quale non scappava perché in qualche modo voleva passare ancora del tempo con Manuel. In quel momento realizzò che non aveva idea del perché stesse facendo tutto questo per il poeta di Girona e allora cercò di chiederselo, ma non conosceva la risposta, o forse la conosceva e aveva paura di darsela, perché rispondere a quella domanda significava rimettere tutto quanto in discussione, praticamente ogni scelta presa fino a quel momento, scelte delle quali Amedeo non andava magari fiero ma che aveva preso e che lo rappresentavano o almeno credeva lo rappresentassero. Prese a versarsi whisky liscio e semplicemente aspettò, come un naufrago su un un’isola, abbandonato ad un destino sul quale non voleva avere nessun tipo di influenza. Si abbandonò su un divano ocra e guardò uno ad uno la gente che barcollante se ne andava a via, fino a che nella casa non rimasero lui, il poeta di Girona, Harvey di New York e il pittore padrone di casa, che per festeggiare aveva bevuto così tanto da perdere i sensi vicino al lavandino della cucina. Intanto Harvey stava pontificando sulla centralità e l’importanza del cinema di Cassavetes, definendolo l’unico vero grande regista americano, il più grande di sempre, una dichiarazione sulla quale Amedeo poteva essere anche d’accordo, anche se non sopportava il modo in cui lui parlava e non sopportava quelle occhiate torve che continuava a lanciargli da una parte all’altra della stanza e si chiedeva perché fosse ancora lì quel newyorkese, e si chiedeva perché fosse ancora lì lui e si chiedeva perché fosse ancora lì Manuel, insomma si chiedeva cosa stesse succedendo. 

Poi cominciò a pensare che Altman era l’unico grande regista americano e non Cassavetes, lo avrebbe anche detto se non fosse stato esausto e se nel mentre quel giornalista e dottorando di New York non avesse cambiato argomento, parlando di certi articoli di Joan Didion che aveva letto e che avrebbe voluto far leggere al poeta di Girona perché pensava che lo avrebbero ispirato, Amedeo allora si chiese in che modo potesse ispirarsi un poeta con degli articoli della Didion, aveva sempre pensato che i poeti prendessero l’ispirazione da cose tipo i tramonti, i fiori o roba del genere. Mentre pensava tutto questo e mentre cercava di farsi venire in mente il nome di quell’attore che interpretava l’ispettore Marlowe in quel film di Altman, che era per certo il più grande regista americano a differenza di Cassavetes, si addormentò stordito dall’alcool, dalle parole e dalle difficoltà che quella serata gli aveva procurato. Quando aprì gli occhi era da solo nella stanza, neanche il pittore era più accasciato vicino al lavandino e il poeta di Girona sembrava svanito nel nulla insieme al newyorkese, non sapeva per quanto tempo avesse dormito ma era pronto a giurare fosse poco, fuori era ancora buio e non si sentivano rumori provenire dalla strada. In quel silenzio mosse passi incerti per l’appartamento e cercando un modo per uscire o forse per cercare un posto più comodo dove dormire aprì la porta e vide il poeta di Girona e il giornalista-dottorando di New York, e li vide nudi mentre scopavano su quello che probabilmente era il letto del promettente pittore le cui opere erano state comprate dalla galleria di Barcellona. Li vide e non riuscì a capire se loro lo avevano visto e capì in quel momento che quegli sguardi torvi dell’americano erano stati un modo per metterlo in guardia, erano sguardi che lo intimavano ad allontanarsi e lasciar perdere, che il poeta di Girona non era roba per un romanziere italiano. Amedeo si era chiesto se quel grosso americano, che aveva sicuramente giocato a pallacanestro o a football o a qualche sport del genere, non avesse capito qualcosa di lui che lui stesso non aveva capito, o che aveva capito ma che non voleva ammettere.

Si chiese se il poeta di Girona, che ora mentre scopava non indossava più il fazzoletto rosso intorno al collo, non avesse capito anche lui qualcosa in quel giardino, che ora doveva ammettere non aveva nulla del Marocco o dell’Egitto. Passeggiò per le vie di Girona per ore con quella immagine in testa, anche se quella immagine non scatenò in lui nessuna particolare riflessione se non quella che gli aveva scatenato nel momento in cui gli si era palesata davanti, si era trasformato in fatto già distante ed incapace di generare una qualsiasi consapevolezza. 

Ad un orario non precisato del mattino, con i piedi stanchi, appoggiato alla balaustra del ponte di ferro rosso che univa le due rive della città, intento a guardare il vuoto, il poeta di Girona capitò di nuovo davanti ad Amedeo; come fosse un fantasma che non faceva altro che cercarlo, come fosse la sua coscienza, come fosse in grado di sapere sempre dove fosse. Fu in quel momento che il poeta di Girona gli raccontò della storia della foto di Montale che il romanziere colombiano teneva davanti alla scrivania e di lui che aveva una foto di Llosa davanti alla sua, e mentre gli raccontava quella storia strampalata che sembrava una di quelle storie che ti inventi pur di dire qualcosa, Amedeo sentì una gran voglia di baciarlo, una gran voglia di toccarlo, forse addirittura una gran voglia di scoparselo, anche se non aveva idea di cosa volesse dire scopare con un altro uomo. Ma non riuscì a fare niente di tutto questo, riuscì soltanto a toccargli il dorso della mano, ed il poeta di Girona capì che quello era già un gesto impegnativo, un gesto che aveva richiesto un enorme sforzo da parte di quel romanziere italiano. In quel momento, un momento così denso della sua vita, l’unica cosa che Amedeo riuscì a pensare fu che Elliott Gould era l’attore che interpretava l’ispettore Marlowe nel film di Altman, di certo il più grande regista americano, e lo disse, lo disse a voce alta guardando il poeta di Girona negli occhi. Lui rispose con uno sguardo incredulo e un po’ scocciato e non riuscì a capire che cosa cercasse di comunicargli, se fosse una sorta di messaggio in codice o se fosse solo impazzito. 

Amedeo prese un aereo per tornare a casa due giorni dopo e per tutto il viaggio cercò di dormire senza riuscirci, riuscì solo a pensare a quella storia di romanzieri e poeti chiedendosi se non ci fosse uno schema. Forse esisteva un romanziere per ogni poeta e un poeta per ogni romanziere, due categorie capaci di contenere tutta l’umanità. Cominciò a pensare a tutte le persone che conosceva e a chiedersi per ognuna di loro se fossero un poeta o un romanziere, a mano a mano che stilava questa lista si rese conto che le persone che ascriveva tra i poeti avevano caratteristiche precise e ricorrenti, mentre le persone che ascriveva tra i romanzieri non avevano nulla che li accomunasse, erano tutti diversi tra loro. Fu semplice dedurre che i poeti avevano capito qualcosa della vita che i romanzieri non avrebbero conosciuto mai. Fu con questa logica che Amedeo poté pensare a se stesso come un romanziere per la prima volta nella sua vita.