Adattamento
un racconto di Giovanna Lombardo
I ragazzini di dodici anni cambiano in fretta. A giugno sono ancora piccoli, rotondi, lisci, sanno di latte e borotalco; a settembre si fa fatica a riconoscerli: hanno cambiato forma e odore, sono diventati lunghi, spigolosi, hanno l’ombra negli occhi e i peli sotto le ascelle, e sono bellissimi.
Tornare in classe alla fine delle vacanze è sempre complicato, osservo le creature che ho di fronte e mi accorgo che il loro crescere è lo specchio distorto del mio invecchiare, che io sono quella che resta e loro invece corrono, scorrono, si modificano. Io sono l’incrostazione, loro fluiscono. Col tempo mi ci sono abituata, ho imparato ad amare questo manifestarsi del tempo in forma sensibile, apprezzo la sorpresa dei corpi che cambiano, dei tratti che si impastano e ridefiniscono.
Quest’anno, però, è stato diverso.
Abbiamo avuto un’estate caldissima, la più calda di sempre. Lo confermano i climatologi allarmati e lo abbiamo sentito tutti, sulla nostra pelle sempre umida, nell’aria pesante, nei trentasei gradi fissi ogni giorno per tre mesi, nelle notti soffocanti. Caldi i cucchiai a colazione, calde le mutande nel cassetto, calda l’acqua del mare. È stato quasi un sollievo, l’arrivo di settembre, con le mattine un po’ meno roventi, con le prime gocce di pioggia. Per ottimismo e per necessità, a metà mese abbiamo potuto avviare l’anno scolastico, attrezzati alla meno peggio con ventilatori e sistemi di schermatura dalla luce diretta del sole sulle aule. Ho pensato che comunque non ce l’avremmo fatta, che ben prima della ricreazione saremmo andati a cercare sollievo sotto i pochi alberi ancora vivi in giardino, che i ragazzi avrebbero giocato a tirarsi addosso l’acqua tiepida della fontana, ammesso che ce ne fosse ancora, e io non l’avrei impedito.
Mi sbagliavo. Al suono della prima campanella i ragazzi sono entrati alla spicciolata, lenti, silenziosi, gli sguardi bassi sotto il cappuccio della felpa pesante, le mani in tasca, il passo un po’ strisciato. Bisbigliavano tra loro, anziché strillare come sempre. Mi hanno salutata sottovoce, poi si sono accasciati sui banchi.
Ho pensato a uno scherzo, a un bieco tentativo di rimandare la naturale esplosione di vivacità, ho chiesto se fosse successo qualcosa, ho reclamato un po’ di entusiasmo per l’inizio dell’anno scolastico.
«Eh, prof. Risparmiamo le forze, siamo stanchi», mi ha risposto Luca con un sussurro. Nella penombra dell’aula, aveva le palpebre pesanti, la pelle tanto pallida da sembrare traslucida.
«Di notte fareste meglio a dormire, invece di smanettare sui social fino a tardi». Mi sono aggirata tra i banchi in cerca di una scintilla, di un guizzo. Erano cambiati, sì. Cresciuti, certo: più alti, più sottili, ma non svelti, non luminosi come ogni anno all’inizio della terza media. «Ragazzi, ma che avete fatto quest’estate? Siete rimasti chiusi in casa a studiare?», ho provato la battuta.
«No, a studiare no. Ma fuori c’era troppo caldo. E ora c’è troppo freddo. Lei non ha freddo, prof? Non possiamo aprire un po’, che entra il sole?». Parlava piano, Carla, come se ogni parola le costasse uno sforzo.
Io non avevo freddo, riuscivo a malapena a tenere addosso la camicia, sventagliando frenetica come una qualunque professoressa di mezza età. «Certo, come no», ho tagliato corto. «Apriamo tutto, così prima delle nove ci squagliamo! Va bene, bravi, molto divertente. Ora però toglietevi quelle felpe, prima di svenire, e cominciamo a lavorare».
Non scherzavano. Le felpe non le hanno tolte, né il primo giorno né i successivi. Ho creduto, all’inizio, che con la scusa del freddo volessero coprire i loro corpi cresciuti troppo in fretta, le forme nuove in cui si fa fatica a riconoscersi: a volte capita, mi dicevo, è l’adolescenza, ci si sente storti e ci si rifugia dentro vestiti troppo grandi. Invece avevano freddo sul serio. Ed erano sempre stanchi. Apatici, silenziosi. A modo loro, in fondo, attenti alle lezioni: non dormivano, non si distraevano. Stavano rannicchiati sulle seggiole, impegnati in un ascolto concentrato e passivo, l’interazione con me e fra loro ridotta al minimo, un cenno del capo ogni tanto, una domanda formulata con estrema lentezza. Stavano, e all’intervallo si riversavano in giardino, non in cerca dell’ombra, come credevo, ma del punto più assolato: alcuni si sdraiavano sull’erba o sulla ghiaia, immobili fino al momento di rientrare in classe; altri si disponevano seri e ordinati intorno alla fontana, gli occhi fissi al ristagno sul fondo, agli insetti che si agitavano nella melma verde brillante. Noi adulti li osservavamo, preoccupati ma più che altro confusi, seduti all’ombra degli ippocastani sofferenti.
«Ma l’hai capito che hanno? Con te ci parlano?», chiedeva Matematica alla Psicologa della scuola.
«Mah, qualcuno sì, ma poco. Parlano del freddo, del prurito, niente di più».
«Il prurito? Quale prurito?». Allarmata, Inglese sibilava il suo disagio tutt’intorno.
«Dicono che hanno sempre prurito. Mi hanno fatto vedere le braccia, in effetti hanno la pelle secca, squamano…».
«Dici che è per questo che si coprono? Temevo che si tagliassero», osservava Francese, pragmatica.
«Ma magari! Invece no, vedrai che ci tocca qualche epidemia topica, vedrai che tra un po’ scoppia il caso, e proprio nella nostra scuola, che scandalo!». Tecnologia tuonava la sua indignazione preventiva.
«Meglio! Così chiudiamo tutto e ce ne torniamo a casa sotto al condizionatore», tentavo di stemperare io. Ma intanto li osservavo, i ragazzini incantati dagli insetti: sottili, nonostante i vestiti larghi e pesanti; col collo allungato, il mento proteso in avanti, gli occhi a fessura. Immobili, le dita delle mani aggrappate al bordo di pietra della vasca, i polpastrelli arrotondati e bianchi per la tensione.
Sono passate così le prime settimane: noi a interrogarci a vuoto, loro sempre più fermi, sempre più opachi e freddi. Poi c’è stato il giorno della libellula, e tutto è cambiato.
Capita, a volte, che durante le lezioni entri un insetto dalle finestre socchiuse: di solito ronza svagato per l’aula, sbatte contro una parete, precipita su un banco, cerca di uscire, e nel frattempo semina il panico fra i ragazzi che approfittano dell’occasione per scomporsi, saltare di qua e di là, urlare. Fa parte delle regole non scritte del gioco della classe: se entra l’insetto, si scatena il baccanale, almeno finché l’animale non trova una via d’uscita.
Il giorno della libellula ho quasi sperato che si ripetesse il solito copione, che in presenza dell’elegante anisottero azzurro il gruppo si rianimasse, che scattassero in piedi, corressero a rifugiarsi sotto i banchi, dietro la cattedra, tra le braccia dei loro amori inconfessati, e che finalmente svestissero le felpe e le usassero per cacciare l’intruso.
Qualcosa è successo, in verità, ma non del genere che mi aspettavo. Ancora oggi mi chiedo se non ho potuto impedire che accadesse, o se invece ho preferito non intervenire, forse per una forma recondita di istinto che mi diceva che proprio lì si sarebbe manifestata la spiegazione di tutto: nel balzo fulmineo di Ottavio sulla parete, nel suo strisciare verso il soffitto, verso la libellula, i polpastrelli a ventosa ben aderenti al muro; e poi nel risveglio di tutti gli altri, appena un istante dopo, adesso liberi dalle felpe, a esibire un manto lucido di squame coriacee e variopinte sul collo, sul dorso, sulle braccia. Famelici, o forse solo curiosi, si sono avventati sul volo scomposto della libellula, e hanno saltato, sì, alcuni allungando le dita artigliate, altri facendo leva sulle code robuste, altri ancora volteggiando queste inedite propaggini come verdi fruste squamose.
Poco importa che alla fine, con abile estensione della lunga lingua da salamandra, sia stata Matilde ad aggiudicarsi la libellula, e che dopo, tornando al banco, il ricamo delle ali ancora fra i denti, mi abbia fissata coi tondi occhietti neri, fiera dell’impresa e del suo elegante disegno a chiazze gialle e nere sulla pelle. E poco importa che gli altri, le mie alunne e i miei alunni di terza media, si siano pian piano ricomposti, ma senza più le felpe a coprire lo splendore delle loro forme rettiliane: senza saperlo, per tutto quel tempo avevo avuto diversi gechi in classe, rosei e vellutati, un paio di robuste iguane, alcuni basilischi crestati, qualche lucertola verde e blu. Si sono rimessi a posto, scambiando tra loro sguardi sorpresi, lanciandone qualcuno intimorito verso di me. Alla fine, il collo allungato verso la cattedra, le code arrotolate con grazia, hanno aspettato che riprendessi fiato, e continuassi a leggere Leopardi.