un racconto di Giorgia B. S. e Alberto Spagone

 

L’estate è come quando ci metti una giornata intera per preparare una cena sofisticata e impressionare i tuoi ospiti, e poi tutto viene consumato in un attimo. Sin da bambina a inizio estate sentivo già la malinconia di quando sarebbe finita. Anche quest’anno non ho programmato niente. Non ho aspettative, perché le aspettative rovinano tutto. Non ho contattato nessuno, non voglio impegni né compagnia: mi sento una specie di Scrooge dickensiano in canottiera, occhiali da sole e shorts. Penso a quella canzone degli Afterhours, all’estate che ci cola tra le gambe e al sudore addosso e ad ogni goccia di saliva che ho sentito mia negli ultimi anni. L’unica cosa che mi pare plausibile per questa estate è raggiungere F. in Grecia. Vive su un’isola di cui non ricordo mai il nome, ma la bellezza del mare l’ultima volta mi ha tolto il fiato.

 

 

“Finalmente tornerai da me. È troppo tempo ormai che siamo separati. Ti sto aspettando, voglio abbracciarti. So che quando mi vedrai, finalmente capirai tutto. Ti spoglierai davanti a me, mi toccherai e sarà chiaro che sono io il tuo mondo. È sempre stato così, è come se ci appartenessimo da sempre.”

 

Ho fatto bene a venire in Grecia, qui non è male. L’appartamento di F. è a cinque minuti dal mare, la classica casa bianca e azzurra, e lui è talmente ordinato che sembra di essere in hotel. Posso lasciarlo dormire e dileguarmi la mattina presto per raggiungere la spiaggia da sola, scaldarmi al sole e passare il tempo isolata, fuori e dentro l’acqua: la vita che vorrei. Spero che F. non si faccia strane idee, che creda sia qui per lui. F. è sempre stato un punto di riferimento, sa rimettermi in carreggiata quando mi sento persa, mi legge dentro. Si è trasferito qui per amore, un amore finito male che però gli ha fatto trovare il suo posto nel mondo e adesso ha un lavoro e un posto da chiamare “casa”. Ci siamo sempre piaciuti, qualcosa ci lega. Ma non è mai diventato niente di più importante e anche ieri è successo, quasi un benvenuto, liberare la voglia di rivedersi. Tra noi c’è un affetto sincero. Spero solo di non dover fargli capire che non sono venuta qui solo per lui. Io sono qui per il mare, per respirare, perché la vita in acqua diventa leggera.

 

 

“Ieri è stato bellissimo. So che l’hai sentito anche tu, ho sentito come godevi del mio scivolarti addosso, del mio abbracciarti e toccarti ogni centimetro di pelle. Avverto ancora la tua paura di lasciarti andare totalmente. È normale. Chi potrebbe accettare un’unione così totale come la nostra senza dei dubbi? Ti capisco e ti aspetto, non temere. Un giorno, un mese, un anno non sono niente per chi come noi è destinato all’eternità.”

 

 

Mi rilassa stare sul bagnasciuga e guardare il mare che se ne va, arriva ad accarezzare terre lontane, ad abbracciare le isole, ovunque. Fin da bambina è stato la mia ossessione, nuotavo il più possibile lontano dalla riva e guardavo l’orizzonte che era acqua e solo acqua. Oppure, mi immergevo, cercando di rimanere sott’acqua il più a lungo possibile. A volte mi sembrava di poter trattenere il respiro per sempre. Mi mettevo alla prova, come se mi stessi esercitando per una missione. Nuotavo al largo e vedevo il fondale nero, fantasticavo su animali a metà tra il reale e il mito e sul fatto che potessero “rapirmi” e portarmi giù con loro ad assistere a spettacoli meravigliosi negli abissi, a panorami preclusi agli umani. Vorrei prendere il largo.

 

“Ogni giorno ci avviciniamo di più. Ti sento sprofondare in me, in noi e ti vedo sorridere come quando eri bambina. Ci sono attimi nei nostri abbracci, in cui tutto prende senso, vero? Tutti i tuoi dubbi e le tue ansie si sciolgono, non è meraviglioso? Essere finalmente a proprio agio con la vita, trovare il proprio posto, poter respirare in una maniera completamente nuova. I pensieri si fermano e siamo liberi. Lo senti?” 

 

F. in questi giorni è molto affettuoso, forse troppo. Non mi pare di avere comportamenti ambigui che gli facciano pensare che io lo consideri più di un buon amico: gli racconto con schiettezza del mio non sentirmi a casa in nessuno luogo, della mia totale sfiducia verso le relazioni, della mia voglia di stare sola e lui mi guarda come se fissasse il vuoto, o mi parla della cena che vuole organizzare con i vicini di casa. F. è una persona estremamente razionale, nonostante i sentimenti che prova per me; mi conosce e sa che non è il caso di oltrepassare la soglia dell’amicizia. Eppure, a volte mi abbraccia forte e mi trattiene quei secondi in più o mi chiede se in spiaggia io abbia fatto “incontri interessanti”. Ha iniziato anche a svegliarsi con me e spesso vuole accompagnarmi in spiaggia. Non lo so, non mi piace.

 

 

“Come convincerti? Per quanto ancora devo mostrarti la verità, prima che tu decida di accettarla? Non respingere il mio abbraccio.”

 

 

Sono qui da una settimana e temo sia arrivato il momento di parlare con F. Non ho trovato il momento giusto. Sto evitando il contatto fisico, così che il confine torni chiaro senza bisogno di parole. Intanto, continuo a giocare con il Mare. Scendo sempre più a fondo e conto qualche secondo in più. I pensieri si fermano, dimentico il superfluo, la paura del futuro sparisce insieme ai rimorsi del passato, mi sembra di dimenticare me stessa, mi rigenero. Più sto in mare, più mi sembra naturale rimanerci. Oggi, in apnea, è riemerso un ricordo di infanzia, sarà stata la carenza di ossigeno. Avrò avuto otto anni, volevo essere la prima della classe e tutti pensavano fosse per compiacere i miei genitori e gli insegnanti, ma no. Studiavo e prendevo ottimi voti, perché avevo capito che in questa maniera mi avrebbero lasciata in pace, che non avrebbero potuto dirmi cosa fare o non fare. Un giorno d’inverno, i miei genitori mi hanno portata al mare e sulla spiaggia ho cominciato a correre. Era la voglia di allontanarmi che muoveva le mie gambe, il non trovarmi al mio posto che mi spingeva. Mi sono fermata a guardare il Mare e credo sia stata la prima volta che gli ho parlato: gli ho chiesto di toccarmi i piedi e se l’avesse fatto mi sarei buttata senza tornare indietro. Le onde si avvicinavano sempre di più alle mie scarpette, mentre stavo lì immobile a vedere se lui mi voleva. L’ acqua si è ritirata per un tempo che mi è sembrato infinito; si stava caricando un’onda che sentivo mi sarebbe arrivata addosso, forse mi avrebbe travolta. Ero pietrificata, ipnotizzata, estasiata. Poco prima che l’onda mi prendesse, la mano di mio padre mi ha afferrato la spalla e mi ha strattonata via riportandomi alla realtà. “Che cazzo c’hai nella testa?” Sarebbe stato bello, scomparire negli abissi, volare nel silenzio delle profondità.

 

 

“Ogni giorno ti sento più vicina. È chiaro da come mi guardi, da come ti abbandoni nel mio abbraccio che stai capendo che non mi puoi più lasciare, che questa volta starai con me per sempre. Tutto quello che ti lega diventa un ricordo lontano, non è vero? Il tuo lavoro, gli amici, la tua casa sembrano solo sogni, ora che sei qui con me, ora che finalmente ti stai svegliando e stai accettando il tuo destino. È il momento di lasciare tutto e restare qui, per sempre con me.”

 

 

Oggi, F. mi ha proposto di trasferirmi qui e devo ammettere di averci pensato, per un attimo. Per ora non rispondo, non ho ancora il volo di ritorno, ma se continuo con questi allenamenti posso tornare a casa a nuoto. La situazione con F. si è normalizzata, non siamo più stati insieme, non ci sono stati contatti soffocanti. Lui ha ripreso a dormire e io vado in spiaggia, poi lui mi raggiunge in tarda mattinata e quando lo vedo, è come se mi riportasse alla realtà: a volte perdo la cognizione del tempo che passo immersa e quando torno a riva, ho addosso una patina di salsedine, come una seconda pelle. Appena F. si appisola torno in acqua e quando si sveglia già non ci sono più, sta a lui raggiungermi. Quando nuotiamo insieme e lo invito a seguirmi al largo non mi segue, se gli chiedo di trattenere il respiro mi guarda intimorito, e quando vado in apnea sembra preoccuparsi. Gli ho raccontato un sogno fatto qualche notte fa: durante una delle mie “discese abissali”, parlavo una lingua sconosciuta fatta principalmente di suoni non umani. Non so se stessi chiamando qualcuno o se parlassi. Nel buio si vedeva molto poco ma quello che si intuiva era un mondo, popolato da forme di vita antichissime. Nel mio sogno intravedevo una famiglia di grandi cetacei, in lontananza, ed era come se mi sentissi osservata. F. mi guarda, come si guardano i bambini e i pazzi, sorride e mi versa da bere.

 

“Non andartene, resta qui. Non negare il cambiamento. Non chiudere gli occhi di fronte alla nostra grandezza. Non scappare più. Noi parliamo una lingua nostra. I nostri cuori si sposano ogni volta che ci incontriamo. Cosa ci può essere di più perfetto?”

 

 

Stamattina F. mi ha portata all’acquario. Voleva farmi una sorpresa, ma è stato un disastro. Appena arrivati, mi sentivo soffocare. Le vasche erano curate e pulite ma non riuscivo a non pensare che fossero prigioni. Guardavo quegli esseri e vedevo la tristezza nei loro occhi, dietro al vetro. Più ci pensavo e più soffrivo, come se una nebbia scura mi inghiottisse. F. sembrava affascinato da questo mio senso di inadeguatezza “non umana” come dice lui, ma non lo capiva veramente e questo mi infastidiva. Volevo scappare, ma poi avrei dovuto spiegare troppo, avrei dovuto dire tutto. Dopo un giro velocissimo, sono tornata a nascondermi in quella che è diventata “la mia” spiaggia. Nelle mie discese mi sono abituata, inizialmente lo sbalzo di temperatura era spossante. Passare dal caldo in superficie al freddo del fondale è un’esperienza potente. Il caldo rovente del sole, una volta salita a prendere ossigeno, diventa tepore rigenerante, come la boccata d’aria prima di ritornare sul fondale. Chissà d’inverno come deve essere. Il mio corpo si sta adattando, mi sembra di acclimatarmi, cosa assolutamente strana per me che ho sempre sofferto il freddo. Prima di andare a dormire stasera, ho chiesto ad F. una coperta da mettere nel letto. 

“Ma come fai a volere una coperta? Io dormo con l’aria condizionata sparata addosso.”

“Tu! Io ho freddo.”

Non mi è piaciuto come mi ha guardata. Sembrava volesse invitarmi a letto con lui, forse è tempo di partire. Domani prenoterò un volo di ritorno, potrei fare il mio ultimo bagno e poi “a casa”.

 

 

Sono le 5.00 del mattino, notte insonne. Dopo aver preso la coperta ed essermi messa sul divano, stavo per assopirmi, ma F. mi ha raggiunta. Sembrava volesse chiacchierare, gli ho detto che ero stanca e volevo dormire, ma lui ha insistito nello stare lì. Inizialmente con tono scherzoso, ma quando ha capito che non avevo voglia di continuare a parlare, si è agitato, ha cercato di avvicinarsi per abbracciarmi, gli ho dato un abbraccio veloce per salutarlo, ma lui ha cercato di baciarmi. Mi sono ritratta e gli ho detto chiaramente che non volevo, che stava fraintendendo. Non se ne è comunque andato, ha fatto finta di niente e ha detto che avremmo comunque potuto dormire insieme così, per stare vicini. Gli ho detto di no. Lui, infastidito, aveva un’espressione di rabbia che mi ha fatto quasi paura. Ha sbattuto la porta, quando è andato in camera sua.

 

Ultima nuotata dall’altro lato dell’isola, sperando che F. non mi trovi. Ho già messo tutto in valigia, ho solo il costume, gli ho scritto un biglietto per salutarlo. Forse, sto esagerando, ma non mi sento tranquilla. Fuori, fa già caldo. Mi preparo in assoluto silenzio ed esco. Il mare è calmo mentre passeggio sul bagnasciuga prima di entrare in acqua. Quanta pace si respira qui, quanta libertà. L’acqua è fresca, mi risveglia i sensi, mi tranquillizza. F. arriva trafelato. “È tutta la mattina che ti chiamo.” Io mi allontano a nuoto dalla riva e da lui. F. si tuffa per raggiungermi, non voglio che lui stia qui, non voglio parlargli. Trattengo il respiro e mi immergo ancora più a fondo. Stavolta cerco di trattenere il fiato abbastanza a lungo così che F. non mi trovi. Voglio tornare a casa.

 

 

“E, alla fine, dopo tutto quello che ho fatto per te e che abbiamo passato insieme mi hai voluto lasciare. Te ne sei voluta andare anche questa volta, testarda come sempre. Perché lo hai fatto? Perché non sei rimasta con me, l’unico ad averti sempre amata? Ora ti cercano in fondo al mare. Ora dicono che è colpa mia. Io ti volevo salvare. Da tutto, anche da te.”