un racconto di Nicola Bonalanza

 

Sono le 10:00 del mattino e il termometro segna già 45 °C nel piazzale del City Mall di Manama. Se per i buoni uffici di Mister Abdul, Manager Libanese, uscisse per caso, in sordina, da quella cassapanca d’ebano intarsiata che sta alle spalle della sua scrivania di cristallo, la ragione del mio essere qui, allora il corano s’infiammerebbe e resterebbero solo le parole a vibrare nell’aria, come verità incondizionata e incorrotta, e un mucchio di cenere.
Tante volte ho messo piede su questa terra arida e più cammino per questi luoghi, cattedrali nel deserto brulicanti di uomini vestiti di bianco, di donne nere abaye da cui guizzano sguardi come lampi, e più trovo bellezza tra volti indefiniti e sconosciuti. Sono tra afgani, pashtun, packistani, filippini, bengalesi, siriani, palestinesi, birmani, quel che resta di un avanzo di umanità ormai logora e quotidianamente scalpata dal sole, emarginata e sfruttata, privata della dignità e rilegata ad una feroce e moderna schiavitù. Una quotidiana umiliazione e derisione: che incrocio anche negli occhi di un bambino che ha fame, sete, che ha paura, che ricorda la casa o il suo villaggio, il volto di una madre, le pene e le furie sulla pelle. Anime clandestine, apolidi senza nome. Passeggio tra differenze e lontananze che si incontrano nell’ufficio di Habdele, falegname libanese, ebanista; che nuotano nei pensieri di Ahziz, elettricista siriano dalla battuta sempre pronta; che non si pronunciano nel procedere incalzante di Yussuf, autista e traghettatore di vite e disperazione. Volti, smorfie, mani che stringo cinte di suba e rolex, occhi in cui pescare storie, aneddoti, auto lussuose da cui salgo e scendo come ospite e da cui escono bugie, proposte, inganni. Il tempo si sospende ed entro in una bolla quando varco la soglia dell’ufficio di Mister Akim, uomo alto poco più di un asino, che costruisce palazzi e grattacieli che solleticano il cielo, in cui si impigliano le nuvole e in cui sprofondano vite e generazioni, nomi che nessuno cercherà. Non qui.
Il vento ulula nelle bottiglie vuote come un fantasma, dipinge la vita come qualcosa di mobile e volatile, qualcosa che non si può afferrare, che lava di dosso quell’intollerabile senso di attesa. Vento. Con le mani disfa e fa tutto ciò che tocca, porta il sapore del sale, promessa di distanze, con le mani l’accarezzo senza afferrarlo, i pensieri si dissolvono, nuvole bianche nel cielo. Remember! Esto memor! – ci sono poche cose da vedere qui, miraggi e uomini intrappolati dentro di essi che pregano un Dio in una direzione sicuramente sbagliata. Tra le perdute vie del mercato, quel che rimane della vecchia Medina, il tempo mi sfugge e mi insegue per i vicoli, prendendo la forma di una pausa, avvitandosi su se stesso per poi sparire in un sospiro. I Rajput di Delhi hanno indossato il loro mantello giallo, hanno già affidato l’anima a Dio e cavalcano con la lancia puntata, come forza scalciante e desiderosa dentro di me. Napoleone non incontrò il nemico in Siberia, fu solo un sogno appunto, un continuo miraggio. Porto lenti spesse, l’età mi ha insegnato a guardare da questi vetri pesanti, adesso che l’ora della preghiera è vicina, prima che tutto taccia, che tutto si fermi, ascolto dei 99 nomi di Allah. Sono lo 0, che entra ed esce dai muri e dalle tende, un ospite inatteso che spaventa e incuriosisce, che eccita. Un miraggio. Ora il viaggio è finito, svanito come una bolla di sapone, i cui riflessi sono quel che rimane di ricordi, impressioni, spezzoni di frasi dimenticate. Mi aspettano il Re e il Ministro di Protocollo. Mi aspetta Aseel, l’amica che mi ha chiamato per organizzare le nozze per la principessa del Bahrein e l’emiro di Abudabi.

Ma questa è un’altra storia, fatta d’oro e d’argento, che inizio dalla fine e finisco per non iniziare.