Capelli
un racconto di Giampiero Pancini
Sulla sedia la donna dondola lieve al ritmo degli strappi del pettine. Al piano di sotto, l’orologio ha battuto le otto. Il ragazzo compone la treccia e lega con un elastico quel che resta dei capelli, la punta arricciata di un pennello da calligrafo giapponese.
Incrocia quella legatura con un giro di polso preciso, l’abilità dell’uso, mentre il mare, lento, appiattisce il rumore per la pesantezza del cielo assolato. Da lontano si possono vedere le isole, che se le fissi a lungo diventano oscillazioni di colore, piatte sulla superficie sembrano salutare. Un dottore degli occhi le aveva raccomandato di sollevare lo sguardo dal ricamo ogni tanto, e di guardare lontano, ma era ormai troppo tardi: delle isole può vedere solo il ricordo, del mare aspirare l’odore, quando, la mattina, è lì a farsi pettinare. Aveva perso la vista, persa chissà dove, poi, lei non si è mai mossa da lì, e anche se l’avesse dimenticata da qualche parte gliel’avrebbero riportata, la conoscono tutti. Piuttosto, se n’era andata da sola, un po’ alla volta, come in un lungo trasloco dopo una separazione, lasciandola al sapore del caffè che a un certo punto suo nipote le porta fin su in terrazza. Caffè zuccherato come non le piace da tempo, ma quel ragazzo s’impegna a curare lei e i suoi capelli, e non vuole derubarlo del sentirsi buono, mentre ha in testa solo la partita di pallone, la scuola finita, e troppo zucchero nel cucchiaino.
Le viene in mente la filastrocca che canticchiava tutte le volte che ricamava:
Cavallino arrì arrò
prendi la biada che ti do.
Prendi il ferro che ti metto
per andare a San Francesco.
A quell’ora, prima, quando la vita non aveva preso l’abitudine di ripetersi, l’aveva già intonata un paio di volte tutta intera. Con le unghie ne ticchetta il ritmo sulla tazzina, che dalla forma è quella con la faccia del Caffè Paulista, che nessuno riesce a rompere, neppure sua figlia. Era il ritmo che si dava quando, nel profumo della caffettiera che riempiva la stanza, la testa bassa, cuciva fiori che volevi annusare e farfalle che non potevano restare trafitte alla stoffa, più adatte all’ago di un insettologo che alla tovaglia della domenica. E, soddisfatta, per riposarli, allora chiudeva gli occhi guardando le isole lontane.
I polpastrelli sfiorano la ceramica liscia come un tessuto, immaginano il contatto con l’ago e:
Cavallino arrì arrò
prendi la biada che ti do.
Prendi il ferro che ti metto
per andare a San Francesco.
A San Francesco c’è una via
che ti porta casa mia.
Con l’abilità con la quale i ciechi sorprendono, appoggia la tazzina a terra senza farla cadere dal piattino. Sospira gonfiando il petto, nel silenzio sceso sulla terrazza, come è sceso in strada suo nipote lasciandola lì, in attesa di riportarla di sotto. Con un moto di attesa si prepara toccando i capelli sulle tempie, conta le ondate che si schiantavano sugli scogli al passaggio del traghetto dall’Elba: «Una, due, tre, quattrocinquesei». Se fosse mai attraccato due minuti prima i marinai l’avrebbero creduta una donna molto vanitosa: avrebbero visto il ragazzo pettinarle i capelli che erano stati lucidi e neri come plastica, mentre la loro nave nuotava verso la banchina di attracco.
Il battello emette il suono sordo di saluto al porto, e lei sente che di lato nessun ricciolo è uscito dall’impasto della treccia e sa che è ormai canuta. Peccato. Erano stati capelli così belli.
Prendi il ferro che ti metto
per andare a San Francesco.
A San Francesco c’è una via
che ti porta a casa mia.
A casa mia c’è un altare
Sola, seduta sulla sedia a cui si avvicina il sole che supera la montagna, cerca nell’aria il verso dei gabbiani, e lo ritrova lontano, mentre lo scarico del fumaiolo del traghetto la invade per il tempo che il vento mette a farlo passare oltre. Da dietro le arriva il profumo acerbo della pianta del fico, si chiede se i frutti siano stati colti, non lo sa, e se ci sono ancora barattoli per la confettura – l’anno scorso ne erano avanzati ventuno, ma nell’avanti e indietro di quell’unica mattina d’estate a cui si riduceva la sua vita, non ha più ben chiaro se sia già riuscita a bollirli –.
Perché tutto si ripete? Perché tutto ripartirà con l’arrivo di suo nipote col pettine in mano? Non è abbastanza la punizione di non vedere più le isole, i fiori dei ricami, la faccia degli stessi ospiti che, ancora una volta, sempre quella mattina, hanno lasciato la stanza salutando, per tornare sulla terraferma? Lei ha una voce squillante, lui emana un odore forte, più forte di quello di suo nipote.
Il ragazzo rientra in casa. Lo sente lasciare una conversazione gridata che è un appuntamento per la partita di pallone, abitanti contro turisti: non la giocheranno mai; gira la chiave cercando di non farsi accorgere: non era autorizzato a lasciarla sola sulla terrazza.
L’orologio ribatte le otto. Accade in quel momento, come un castigo imposto a tutti, per aver trasgredito le regole. Se il ragazzo fosse rimasto, i fatti, le cose, non avrebbero seguitato il loro corso per arrivare finalmente alla sera? Da quanto non dormiva una notte? Aveva finito per dimenticarne la frescura. E l’odore d’inverno sull’isola? Sarebbe mai più arrivata la fine del giorno?
Per ricucire lo strappo, lei intona, strizzando le palpebre:
A San Francesco c’è una via
che ti porta a casa mia.
A casa mia c’è un altare
con tre monache a pregare.
Ce n’è una più vecchietta…
fa una pausa senza riprendere respiro, stringe i pugni, e poi dice:
Santa Barbara benedetta.
più forte per non sentire i passi sui gradini. E la mano col pettine a sbrogliarle i capelli e, una volta allisciati, comporre la treccia e legare quel che restava con un elastico colorato, per formare una punta di pennello da calligrafo giapponese.
E il caffè avrà troppo zucchero.
E il traghetto non è ancora arrivato;
i gabbiani insistono a volare lontano;
l’albero dei fichi profuma selvatico,
e le isole sfarfallano sulla linea del mare.
Invisibili.
Cavallino arrì arrò
prendi la biada che ti do.
Prendi il ferro che ti metto
per andare a San Francesco.
A San Francesco c’è una via
che ti porta casa mia,
dondola sulla sedia.
Dopo il caffè è di nuovo sola. Stringe gli occhi come se potesse avvenire un miracolo e aspetta, incapace di capire quante volte ancora sarà in grado di sopportare la ripetizione. Li riapre e nulla è cambiato. Forse ora avrà il coraggio di avvicinarsi al bordo della terrazza, lo ha progettato tante volte. Forse. Può andare così. Si alza dalla sedia, va verso le ondate del traghetto: «Una, due, tre, quattrocinquesei».