L’Andarín
un racconto di Grazia Patanè
Se c’era una cosa per cui l’Andarín sembrava essere nato non era di certo il denaro perché povero era venuto al mondo e nello stesso modo lo aveva lasciato settantatré anni dopo. E in mezzo? Niente neppure là, eccetto quella volta in cui era riuscito a procurarsi i soldi per il viaggio a St. Louis. Non s’era forse messo in testa di partecipare alla maratona dei Giochi Olimpici? Ché per la corsa il Signore lo aveva creato, non aveva alcun dubbio su questo l’Andarín. E difatti correva per tutta L’Avana, coi suoi stivalacci da postino ai piedi, con il sacco pieno di pianti, desideri, nascite, amori e talvolta persino col peso di alcuni morti in spalla, ma sempre in direzione opposta a quella dei soldi. Eccetto quell’unica volta.
Qualche giorno addietro era stato dal sindaco per farsi autorizzare la partenza. Tre volte c’era dovuto tornare prima che si convincessero a rilasciargli un foglio con su scritto:
Il cittadino Felix Carvajal è autorizzato a sospendere la sua mansione di postino per il tempo necessario alla partecipazione ai Terzi Giochi Olimpici dell’Era Moderna in Missouri.
Ma il viaggio se lo sarebbe dovuto pagare da solo, su questo il sindaco era stato chiaro. E cosa aveva fatto l’Andarín? Era tornato con un cartello Collabora con un atleta che vuole partecipare alla maratona e con quello s’era fatto correndo mille e uno giri attorno al Comune. A ogni giro vedeva qualche curioso fermarsi, la folla aumentare. L’ultimo lo aveva percorso camminando con il basco in mano e quando non bastò, aveva cominciato a farsi riempire pure gli stivali.
Il giorno della partenza Doña Flores, la vicina, lo vide passare sotto la finestra. La polvere giù in strada, disturbata dagli stivalacci, non fece in tempo a tornare a dormire che già l’Andarín era scomparso dietro l’angolo. Un girarsi di lato, un saltello, un incrocio di gambe… una magia di certo. È un caballito del diablo, pensò tra sé e sé, paragonandolo all’insetto simile a una libellula. E si girò verso la penombra della stanza a guardare la Nuestra Señora del Cobre per raccomandarle, in una preghiera che non aveva bisogno di parole, il sogno di quel sunsún, il più minuto e grazioso uccello di Cuba, quel piccoletto alto appena un metro e mezzo che sei anni prima, durante la guerra contro gli spagnoli, aveva attraversato l’isola in tutta la sua lunghezza in appena sedici giorni per portare i messaggi dei mambises da un capo all’altro.
Un’altra cosa per cui l’Andarín era nato non era di certo il mare. Ebbe paura gli stesse per uscire l’anima dalla bocca e che gli toccasse abbandonarla là, nel mezzo del Golfo del Messico, durante la traversata fino a New Orleans, costatagli metà del gruzzolo raccolto correndo. E appena i suoi stivalacci toccarono terra si sarebbe scatenato in una sfrenata sopimpa, se solo avesse avuto abbastanza forze. Quelle rimaste le usò per cercare una locanda, un letto, del cibo. Trovò anche due uomini che giocavano a dadi. Perse tutto, l’Andarín, ma non le sue gambe. Si mise a correre l’indomani, seguendo il corso del Mississippi per 700 miglia, finché una mattina, in mezzo ai campi di cotone, comparve St. Louis. Si fermò davanti alla prima casa e, togliendosi il basco come in chiesa, allungò una mano sul muro: c’era.
Il 30 agosto 1904, alle 15 in punto, con una temperatura di oltre trenta gradi, un’umidità del 90%, l’Andarín fu sulla linea di partenza, il numero 3 appuntato su un camicione a maniche lunghe e bianco, la cintura da cowboy che non aveva resistito a comprare con dei soldi che gli avevano regalato, i pantaloni che un altro partecipante gli aveva tagliato con un paio di forbici al ginocchio, un paio di calzettoni neri che sbucavano sotto, i suoi stivalacci da postino e il basco sulla testa. Sotto i baffi, una linea seria. E come corre l’Andarín dopo lo sparo! Caballito Andarín. Sunsún Andarín e adesso Coyote Andarín, il basco in mano che muove buffamente in su e in giù per salutare il pubblico. È felice.
Una smorfia, tutto cambia. Sente un majá strisciargli attraverso le gambe, su, fino allo stomaco. Non mangia da due giorni. Il serpente s’attorciglia, stringe, lo assedia. Un albero di mele e l’Andarín si ferma. Sono ancora acerbe ma ne ruba quattro. Le divora, riparte. Poche miglia e al posto del majá ha un diavolo che gli brucia dentro. Si ferma di nuovo, slaccia i calzoni, si accovaccia e guarda sotto di sé un fiume di merda liquida scorrere tra i suoi stivali. E d’un tratto sente di essere nato solo per dormire. Dorme, l’Andarín, come un bambino. E sogna. Sogna di fare il postino in una città chiamata L’Avana. E nel sogno sogna un altro sogno da inseguire. Una nave e un viaggio. Un fiume e una città che nasce dal cotone. Una casa, uno sparo, un albero di mele, un serpente. Sogna tutto quello che accadde un tempo come se accadesse adesso e ancora. E dentro al sogno si rialza e finalmente arriva al traguardo. Ma non nei sogni di tutti decide di comparire la Vittoria: finisce quarto il piccolo Andarín arrivato correndo da lontano.