un racconto di Carla Bellavia

 

Fred Bongusto mi fa sempre venire voglia di rompere qualcosa. Ormai le sue canzoni non si sentono più, a parte forse in qualche programma televisivo pomeridiano. 

Era sua la voce che risuonava nella Lancia Fulvia verde oliva ridotta a una scatola di sardine arroventata, zeppa di roba e incolonnata sotto il sole lungo l’autostrada Napoli – Reggio Calabria in un giorno di luglio. Andavo al mare con i miei genitori sempre a luglio, mai in agosto quando ci andavano tutti, troppo caldo, troppa gente, tutto troppo caro, anche quando se-mi-portate-via-a-fine-mese-lui-si-dimentica-subito-di-me, e infatti arrivederci per sempre al primo fidanzato, che non l’ho mai più visto. 

La Fulvia stracolma, una donna seduta accanto al guidatore che tiene sulle ginocchia un mangianastri da cui esce la voce roca di Fred Bongusto che canta Tu sei per me la più bella del mondo, seguita da Elvis che attacca Wise men say only fools rush in but I can’t help falling in love with you con voce profonda e via così, una canzone ciascuno fino alla fine del nastro. La donna è mia madre e ha belle ginocchia, rosee e perfettamente rotonde, su cui mio padre tiene appoggiata la mano destra mentre guida facendo su e giù con la testa quando tocca a Elvis. Durante il turno di Fred canticchia lei, ondeggiando di qua e di là mentre lui guarda la strada. Ogni tanto mio padre le lancia un’occhiata e sorride. Deve averla registrata lui quella cassetta, accucciato accanto al giradischi a mettere su uno dopo l’altro i vinili con le canzoni della mia colonna sonora dell’estate del 1975, col dito pronto a premere sul tasto rosso REC all’inizio di ogni pezzo. 

La sera precedente alla partenza mio padre ha girato intorno all’isolato finché non è riuscito a parcheggiare la Fulvia proprio sotto il lampione davanti all’ingresso del nostro palazzo, per caricare la macchina in anticipo e partire a razzo all’alba. “Non sai che posto ho trovato, basta affacciarsi dalla finestra della camera da letto per tenerla d’occhio”. Immagino che si siano dati il cambio per vegliare la macchina ripiena delle nostre cose per tutta la notte, dormendo pochissimo.

 Siamo in auto dalle cinque: “Appena arriviamo vi buttate a mare” dice mia madre mentre ci aiuta a vestirci. Fuori è ancora buio, siamo rintronati dal sonno. Il costume da bagno sotto i vestiti leggeri, la borsa con gli asciugamani e i giochi da spiaggia sul sedile posteriore, in mezzo tra me e mio fratello. Ci addormentiamo appena imboccata la Tangenziale. 

A Vietri avvistiamo il mare, ma mio padre è inflessibile e tira dritto; ci fermiamo per intercessione di mamma solo pochi minuti per fare pipì in una stazione di servizio scalcinata. C’è coda, ma tutto sommato si avanza, anche se lentamente. Almeno mi autorizzano a tenere il finestrino abbassato e posso guardare il paesaggio che scorre davanti ai miei occhi mentre l’aria bollente mi frusta la faccia. Mio fratello fa lo stesso per un po’ ma poi si annoia e inizia a darmi fastidio puntellandomi con la paletta da spiaggia che ha tirato fuori dalla sacca che dovrebbe dividerci. Litighiamo. Mio padre ci sgrida ma è un’occhiata gelida di mia madre che ci mette a tacere. Quando la finiamo ci passa un panino e una bottiglietta di succo di frutta con il braccio piegato all’indietro, disegna un angolo perfetto e ci intercetta senza nemmeno voltarsi, per non rischiare di far cadere il mangianastri a pile sempre in bilico sulle sue gambe. 

Non vedo la sua espressione mentre dice: “La nostra prima vacanza in albergo, solo noi quattro!”, ma mi pare che la sua voce abbia una sfumatura che non ho mai sentito prima. Direzione Diamante, un posto con un nome che è una promessa. 

L’hotel è una palazzina bianca con le persiane azzurre, a due piani, vicino alla spiaggia. Abbiamo due camere comunicanti con il balconcino affacciato sul giardino posteriore. Mamma ci dice di avviarci al mare con papà, così lei intanto apre le valigie e sistema tutte le nostre cose. Ci precipitiamo in spiaggia, una corsa sgangherata scandita dal clac clac degli zoccoletti del Dott. Scholl. Mio fratello quando vede il mare impazzisce e inizia a spogliarsi mentre stiamo ancora percorrendo la passerella di assi di legno, lancia i vestiti in aria e papà li acchiappa al volo con abilità da giocoliere. 

Ci tuffiamo, ci schizziamo a vicenda e saltiamo su e giù come quando ci sono i cavalloni anche se la superficie del mare è appena increspata dal venticello del pomeriggio. Dopo un po’ arriva in spiaggia anche mia madre, la vediamo sfilarsi il copricostume a fiori rossi e verdi e ripiegarlo con cura nella borsa. Mio padre ci dice che è arrivata l’ora di tornare a riva mentre loro vanno a farsi un bagno. Corriamo a prendere secchielli e palette e iniziamo a scavare a riva mentre lui le prende la mano. Entrano in acqua camminando uno a fianco all’altro e quando non si tocca più proseguono con lente bracciate verso il largo, finché le loro teste non sono che piccole boe lontane, che ogni tanto vedo scomparire sotto il pelo dell’acqua. 

Restiamo in spiaggia fino al tramonto e quando torniamo in camera siamo tutti arrossati perché papà si è dimenticato di metterci la crema solare. Mia madre si arrabbia molto perché gliel’aveva detto e lui come al solito chissà a cosa pensa quando lei gli parla, e per rimediare ci mette così tanto doposole che siamo unti come gnocchi fritti e dobbiamo aspettare in mutande che si assorba per poterci vestire bene e andare a cena al ristorante dell’albergo. 

Ci hanno riservato un tavolo rotondo vicino alla finestra da cui si vede la piscina. Nella fretta di precipitarci in spiaggia non ci siamo accorti che c’era, altrimenti non avremmo resistito alla tentazione di fare un tuffo nella vasca ricoperta di piastrelle azzurre e verdi che luccica oltre la vetrata.    

Il cameriere che ci sta servendo ci sente parlare di bagni notturni e interviene: “Non si può, la piscina è aperta solo di giorno. Dopo cena c’è il night”.

Mia madre si illumina. Deve già sentire Fred Bongusto in sottofondo.

“Il night? Da quanto non andiamo a ballare!”.  Mio padre le sorride e le dice qualcosa nell’orecchio mentre le prende la mano e se l’appoggia sulla coscia sotto la tovaglia. 

Dopo cena facciamo una passeggiata in giardino tutti insieme, prima di tornare in camera. Io e mio fratello siamo elettrici per la stanchezza e l’eccitazione.

“Adesso bambini andate a dormire, che è tardi”. 

“E voi?” chiedo.

“Per noi è ancora presto. Ma stiamo qua fuori a prendere il fresco, in balcone, va bene?” mi risponde con un bacio della buona notte che non ammette repliche. Prendo tempo e le chiedo un bicchiere d’acqua.

Chiudo gli occhi sperando che il sonno arrivi ma sono ancora troppo agitata. Mi allungo nel letto fresco, rassicurata dalle loro voci basse che chiacchierano sul terrazzino. Sto per crollare quando li sento rientrare a piccoli passi felpati. Sono sveglia ma non voglio che se ne accorgano e tengo gli occhi chiusi, facendo attenzione a non strizzarli troppo per non essere scoperta. Mio padre abbassa le tapparelle di plastica piano piano, lasciando delle fessure tra una lista e l’altra, mentre mia madre entra in bagno. Sento scorrere l’acqua, poi la sento trafficare col beauty case. Li sento ridacchiare mentre sgattaiolano via dalla camera, seguiti da una scia di profumo. 

La musica dal giardino arriva fino a me attraverso la finestra aperta, è una cantilena lontana e indistinta. Mi concentro sulle bollicine luminose disegnate sul soffitto dal lampione attraverso i buchini delle tapparelle semichiuse. Sono una sirena sdraiata tra le alghe e i coralli sul fondo del mare, che guarda su, verso il pelo dell’acqua. O un sub, che esplora le profondità degli abissi illuminate solo dal raggio di una piccola torcia. Se le fisso abbastanza quelle bolle di luce mi ipnotizzeranno, e riuscirò ad addormentarmi. Mio fratello è crollato a pancia sotto nel letto accanto, sfinito dalla giornata di mare, le ossa spugnate e la pelle arsa. Ronfa leggermente e vicino alla bocca tutta storta c’è già una chiazza di saliva. 

Cambio posizione nel letto alla ricerca di un angolo più fresco: le spalle chiedono sollievo, scottano ma non fa male, è quasi piacevole, è una sensazione già provata, il corpo riconosce il primo sole e l’inizio delle vacanze. La musica da fuori si interrompe per un momento e mi sembra di sentire il rumore del mare in lontananza. Chissà com’è la spiaggia adesso, sarà deserta. Sabbia fredda a contatto con le piante dei piedi.  

Sonno, o sonno, perché non vieni a prendermi? L’odore di bucato delle lenzuola è contaminato da quello del doposole e del sudore, le spalle adesso bruciano come il fuoco.  Mi giro da una parte, poi dall’altra, capovolgo il cuscino alla ricerca di un pezzetto asciutto per appoggiare la guancia surriscaldata. È passata un’eternità da quando se ne sono andati. Un rumore di passi nel corridoio, sono loro? Voci e un rumore di chiavi che girano nella toppa, una porta che si chiude ma non è la nostra. La musica non smette, un lento dopo l’altro. Ogni tanto una voce dice qualcosa al microfono e parte un’altra canzone.

Mi da fastidio tutto, adesso. La pancia mi fa male. Mamma mi aveva detto di non bere così tanto prima di andare a dormire. Mi alzo dal letto senza accendere la luce per non svegliare mio fratello. Entra un po’ di luce da fuori, arrivo in bagno a tentoni. Anche la pipì la faccio al buio, per non far passare il sonno. Torno a letto, supina, la testa bella dritta sul cuscino per evitare il contatto con la stoffa umidiccia e guardo in su. Uno, due, tre, quattro pecore. Cinque, sei, sette. Le bolle sul soffitto si sono trasformate in occhi che mi fissano vuoti. Che caldo, quanto pizzicano queste spalle. Un fruscio. Da dove viene? Tiro il lenzuolo un po’ più su, a coprire il collo, mentre ispeziono la camera spostando lo sguardo da un lato all’altro. Quell’ombra scura dietro l’armadio, c’era anche prima? 

Mio fratello dorme come un sasso, perché io non ci riesco? Perché non tornano? Cosa aveva detto la mamma, con quella voce così diversa dal solito? Una vacanza solo per noi quattro. Solo per loro due, forse, ci hanno lasciati soli. 

Mi tiro su dal letto e vado verso la finestra. Il pavimento di maiolica è fresco sotto le piante dei piedi scalzi. Afferro la cinghia della tapparella e la tiro per sollevarla, quanto basta per infilarmici sotto, strisciando fuori. Sul terrazzino si sta bene, arriva una brezza salina che muove l’aria e asciuga la pellicola di sudore appiccicaticcio che mi ricopre. Accucciata dietro la ringhiera, cerco di mettere a fuoco il movimento tra gli alberi del giardino. La piscina luccica lì in fondo, arrivano delle voci, mi sembra di scorgere delle persone ballare in lontananza. 

“Mamma, papà!  Dove siete?”, dico. Prima piano, poi più forte. Una, due, tre volte. Alla fine, quasi urlo. Nella stanza accanto un uomo si avvicina alla finestra per vedere che succede. Mi viene da piangere, non so se per paura o per vergogna, ma alzo gli occhi verso il cielo stellato, sento il rumore del mare oltre le fronde degli alberi e ricaccio indietro le lacrime. Due ombre spuntano tra i rami, correndo mano nella mano. Mi sembra di sentirli ridere mentre si affrettano. Fifona. 

Mi fiondo sotto la tapparella e con un balzo sono di nuovo a letto. Fingo di dormire. Hanno sicuramente riconosciuto la mia voce e stanno tornando. Si arrabbieranno? Mi prenderanno in giro? Mi volto verso mio fratello che dorme lì accanto, un cherubino. Lo spingo giù, una sola spinta decisa e rabbiosa, con tutte e due le braccia. 

Cade a terra con un tonfo sordo e un attimo dopo la stanza si riempie di un urlo acuto, purissimo, i piccoli polmoni esplodono in un grido di innocenza violata. Il braccio sinistro è piegato sotto il peso del corpo, sembra quello di un burattino. 

Mamma e papà irrompono nella stanza. Io gli sono accanto. Lui piange, e loro non ridono più. Mia madre si china su mio fratello, cerca il telefono, sa cosa fare. Mio padre mi abbraccia e mi dice di non guardare. “Non è colpa tua”, sussurra accarezzandomi la testa. Invece sì, penso. Ma poi mi torna in mente il mangianastri e quella canzone. Forse è colpa della musica. Di chi altri, se non di Fred Bongusto.