L’audizione. Un’attesa.

Un racconto di Matteo Pioppi
 

Oggi, con l’arrivo della nebbia, la stazione dei treni si vede a malapena, mentre l’Ob sparisce definitivamente dall’orizzonte. Il fumo che esce dai camini assomiglia a un polipo, un polipo che nuota nel cielo grigio sopra la città abbracciandola con tutti i suoi tentacoli. Ieri invece sembrava primavera, la città splendeva di bianco, tutta la luce si incanalava tra i blocchi dei chruščëvki e le strade enormi che li dividono. L’ingegneristica edile sovietica si è fatta natura creando vallate di cemento traboccanti di luce, di giorno con il sole, di notte con l’elettricità, e noi lì in mezzo a camminare. Ci muoviamo dentro a gelatine colorate che traballano ad ogni colpo ricevuto senza mai cadere, risultando goffi in questo tentativo di resistere a tutto quello che accade all’esterno e ci precipita addosso. Nel nostro incedere disinteressato risultiamo patetici, dentro però lo sappiamo cosa ci aspetta: gli irrisolti, i demoni la notte, i sogni tangibili simili alla consistenza dell’argilla, gli incubi ad occhi aperti in pieno giorno, i pensieri lugubri durante la fila in posta o dal macellaio, i deliri di rovina che coltiviamo ogni volta che attraversiamo la vita dove non è consentito. Nonostante questo resistiamo, incoscienti delle conseguenze, con il rischio di diventare adulti sul serio, preferendo il caldo del nostro riscaldamento autonomo al cinema in seconda serata. Anni e anni di ostentato ottimismo per ottenere questo, l’ennesimo albergo, l’ennesimo tentativo di non fermare la vita, di portarla oltre, altrove, l’ennesimo viaggio alla scoperta di un’altra quotidianità, di altre visioni. Il cemento no, quello è uguale dappertutto, così come l’elettricità che arriva in ogni remoto paese della Siberia. Questi tentativi continueranno? Ci saranno nuovi ostacoli? Quand’è che l’Ob si gelerà di nuovo impressionando nuovamente, per l’ennesima annoiatissima volta, i media nazionali, mettendoli di fronte all’estrema potenza della natura? Domani, domani festeggeremo una vittoria?  Domande a cui non saprò mai dare una risposta.

Dalle finestre esagonali del Novosibirsk Hotel, al settimo piano, il mondo si vede come in cabina di regia, ogni volta che manovro le tende color crema regolo la luce e la quantità di esterno che entra dentro e viceversa. I passanti di sotto, le ombre che lasciano sull’asfalto, mi ricordano molto “L’anno scorso a Marienbad”, immersi in una luce bianca camminano alla ricerca di qualcosa che gli manca. Il rumore delle lamelle della tenda che si spostano, il loro eterno cigolio, mi sanno di sigarette fumate dall’investigatore di un film poliziesco mentre guarda fuori alla ricerca di un criminale o di un fuggitivo, oppure di bottiglie di super alcolici riverse a terra dopo una notte passata a bere dalla gioia o dalla disperazione.

Alina si sta preparando per l’audizione, l’hanno chiamata una settimana fa, la tensione è tangibile. Se penso a lei nel mondo la vedo come una giraffa che dimena il collo contro l’assalto dei leoni. Vedo le corna che impattano il loro corpo, il momento esatto in cui colpiscono il costato e il successivo spostamento dei leoni, la sua caduta rovinosa per terra, il sangue che esce dal lato colpito, la ferita leccata, il sapore metallico in bocca, il conseguente ruggito di sfida che zittisce ogni rumore. Da quando la conosco non fa altro che combattere forsennata contro tutto, testarda come un mulo, al limite di diventare una furia durante la preparazione maniacale delle sue audizioni. L’unico suo limite è se stessa, l’argine che non riesce a rompere quando è in piena, il meccanismo che non riesce a disinnescare in semplici mosse, è lei la sua frontiera inespugnabile.

Il soffitto dei corridoi dell’hotel ha la stessa decorazione della pavimentazione, sembra di camminare dentro ad uno specchio, il sopra e il sotto si confondono creando una sinfonia ipnotica se fissata troppo a lungo.

Dal bagno mi dici che va tutto bene, stai finendo di prepararti. Ammazzo il tempo leggendo i giornali su internet, fumo qualche sigaretta, rabbrividisco davanti alle nuove ondate xenofobe di questo paese, poi sul notebook, nella cartella vacanze, guardo le foto di quando l’anno scorso, per il tuo compleanno, siamo stati sul Mare di Kara a vedere i Beluga: eravamo felicissimi. Il prossimo anno potremmo risalire l’Enisej.

– Amore sai che l’Enisej impiega quattromila chilometri per arrivare alla foce? Che è sul Mare di Kara!
– Come?!
– Impiega quattromila chilometri per arrivare alla foce. Praticamente nasce a Kyzyl. Non abbiamo nessun parente lì?
– Cosa?!
– Il fiume, l’Enisej
– Ah ok. E Kyzyl dov’è?
– È in mezzo alla Siberia, vicino alla Mongolia.
– Non siamo mai stati in Mongolia!
– No! Però Kyzyl è gemellata con Honolulu.
– È davvero tutto molto interessante amore quello che mi dici, il sussidiario quest’anno l’hai studiato proprio bene, davvero. Però sai, io mi sto preparando e forse vorrò ripassare il pezzo da sola prima di uscire.
– Alina.
– Dimmi amore.
– Tua zia sta sempre a Murmansk?

Quando eravamo Murmansk camminavamo tra i chruščëvki e in lontananza, come fossero torri di una cittadina europea, si potevano vedere da ogni direzione le ciminiere a righe rosse e bianche. La città boreale più grande del mondo, le porte della Russia sul Mare Artico. Una delle poche cose che ci spiegò tua zia era come la corrente del Golfo permettesse, nello stesso giorno, l’inverno al mattino e la primavera nel pomeriggio. Rompighiaccio nucleari, basi sottomarine atomiche, reperti dell’esercito nazista. L’incubo da cui è nata ha inghiottito tutto quanto. Soli di mezzanotte, notti polari, intermittenze, adattamenti e tragedie affogate in galloni di vodka. A Murmansk non ci si scalda mai. Quando l’avevo ribattezzata Monamurmansk, mi avevi risposto che si poteva prendere in giro tutto tranne Resnais, lui no, lui ha qualcosa di sacro e lo devi lasciare in pace.

A tua zia era capitato di andare a vivere lì per caso, poco dopo aver sposato un militare dell’Armata Rossa che venne subito trasferito. Aveva varie possibilità ma scelse proprio Murmansk, che è tutto quello a cui pensi quando pensi al nulla. Lui morì poco dopo di leucemia, lei rimase lì a condividere la vita con i fantasmi, gli inverni interminabili, la fierezza del monumento ad Anatoly Bredov e quello ai soldati sovietici difensori del Mare Artico durante la guerra. Tua zia però non si è mai sentita, in cuor suo, di difendere nulla, né il Mare Artico, né la rivoluzione, né la città.

Quando fuori c’era bufera passavamo le giornate nella sua cucina a bere vino italiano e a guardare le macchine susseguirsi lentamente nel traffico cittadino. Ci baciavamo lenti e rallentati dal freddo che entrava da tutti gli spifferi, assieme alle urla dei vicini di casa ubriachi, a quelle delle mogli percosse e ai pianti disperati dei figli. Era una grande ed enorme depressione che sembrava non finire mai, scendeva giù fino alle fondamenta del palazzo per poi risalire dentro le tubature dell’acqua potabile per poi ridiscendere nuovamente. Un’altalena sospinta a benzodiazepine.

Tua zia parlava pochissimo, guardava molta tv e ripeteva spesso che era contenta della nostra presenza, felice che fossimo andati a farle visita. Rimaneva con noi fumandosi una sigaretta dietro l’altra e non si rendeva nemmeno più conto della puzza di gasolio proveniente delle macchine parcheggiate sotto casa, costrette a restare sempre accese per evitare il congelamento del carburante. Forse ha visto finire un sogno, da qualche parte, tanti anni fa, tra la neve e l’orizzonte delle ciminiere.

Il bar dell’hotel è al primo piano, ha un bancone ovale color oro, dall’alto la luce bluastra dei neon illumina le bottiglie di super alcolici. Vorrei ordinare una tazza di caffè ma non c’è nessuno.

Mi siedo al tavolo vicino alla finestra che dà sulla stazione: dal piazzale arrivano alcuni turisti grazie alla Transiberiana, sono convinti di arrivare in un posto esotico con l’obiettivo di distrarsi un po’ dalla loro quotidianità; in verità troveranno anche qua tutti i motivi neri che li hanno indotti a partire. Sotto al tavolo, sopra il pavimento riscaldato, c’è un bellissimo tappeto grigio e bianco, mi tolgo le scarpe con il tallone, poi appoggio i piedi scalzi sul tappeto caldo. Accendo una sigaretta e aspetto. I posacenere di vetro sono sempre bellissimi, ricordo che al Cafè Europa a Sarajevo l’oste lo cambiava ad ogni sigaretta spenta.

Alina sta provando a cercare un lavoro, ma è sempre la stessa storia, lo trova troppo lontano da noi e alla fine la distanza la imprigiona. Io sono più routinario, ogni mattina, frantumato dall’odio, mi alzo per andare al lavoro, e da quel preciso momento tutto diventa una rincorsa per sopravvivere economicamente a questi anni che ci sono esplosi tra le mani. La delusione più grande è che in giro nessuno si arrabbia, tutto viene accettato come immutabile e ineluttabile. Preferiscono distruggere tutto quello che sta dentro di loro, erodendo ogni forma di umanità, che distruggere tutto quello che sta fuori e ci schiaccia. A differenza di Alina io non soffro la distanza e la solitudine, non ho pene d’amore, per questo posso occupare il cervello con questi pensieri.

L’ultimo provino in cui l’hanno presa è stato a Jakutsk, per la compagnia di danza locale. Tre mesi a fare lo stesso spettacolo nello stesso teatro. Ricordo l’alienazione dei suoi racconti, le volte che prendevo giorni di malattia al lavoro per andarla a trovare, per passare un po’ di tempo assieme, dolci come i primi giorni d’amore, stretti come ventose. Quelli erano i primi mesi della nostra storia, eravamo sempre orizzontali ad amarci, a stringerci, ad assaporarci e a morderci. Più avanti, negli anni successivi, sarebbero arrivati i giorni difficili, di crollo, di incertezza, sarebbero iniziate le competizioni con le colleghe che definiva atletiche, acculturate, e che viaggiavano a mille metri rispetto alla sua percezione del lavoro e della quotidianità. Ma a Jakutsk tutto questo non c’era, il mondo sorrideva nella sua disperazione, nel suo stretto coraggio, nel suo totale menefreghismo, noi c’eravamo ed eravamo all’inizio di una condivisione delle nostre vite, assoluta e senza compromessi. I compromessi sono per chi se li può permettere.

Jakutsk fu fondata dai cosacchi ed è la città più fredda al mondo. Ci sono solo tre cose: la statua di Lenin che indica la via verso il socialismo, il porto sul fiume Lena e le macerie dei gulag. La Lena è un fiume che sembra un mare, vasto come l’universo, profondo come l’oceano, abissi inclusi.

Quando sono venuto a trovarti, appena sceso in stazione, il vapore che mi usciva dai guanti in pile si ghiacciava all’istante. Il freddo era disumano, consumava tutto quello che non era protetto da strati di indumenti. Quando ti ho vista arrivare il cuore è esploso, ho fatto un salto sul posto e ti sono corso incontro; ma eravamo così tanto vestiti da ricordare due lottatori di sumo che si scontrano al ralenti anziché due innamorati. Fu splendido. Non pensammo molto in quei giorni, riuscivamo solamente a dormire, mangiare e fare l’amore; io ero terrorizzato dalla paura di non riuscire a trasmetterti quello che provavo per te, a non trasmettertelo in tempo, senza che sembrasse finto, esaurito in una putredine di tristezza e malinconia.

L’ultimo giorno, stanchi di stare in camera, ti avevo chiesto di andare fuori a mangiare qualcosa. Mi avevi preso la mano e nonostante il caldo della stanza le tue dita erano gelate, le unghie viola. C’era questa neve ovunque, che non andava mai via e tutto nell’aria aveva il suo sapore.

Sono da solo nel salone dell’Hotel, c’è un silenzio surreale, sembra di stare dentro ad un’enorme sala prove. Si sente il rumore della lavastoviglie del bancone e poco più in là le risate della brigata di cucina; stanno iniziando le preparazioni per la cena e con un buon margine di tempo possono permettersi di ridere. Esce un cuoco sulla cinquantina, mi guarda seccato, non immaginava clienti fermi ad aspettare qualcosa, poi senza farsi vedere da nessuno prende una bottiglia di cognac, se ne riempie un bicchiere e lo butta giù in un sol colpo. E anche per quell’ora le ansie sono placate, le emozioni sedate, i pensieri annegati, le domande sbiadite e si può continuare a lavorare.

Subito dopo, dalla porta della sguatteria esce un ragazzo sulla trentina, probabilmente kazako, anche lui mi guarda. Non ci diciamo nulla.

Gioco un po’ con uno scontrino trovato nella tasca dei pantaloni, lo appallottolo e provo a fare centro nel posacenere. Svuoto il portafoglio, lo pulisco dai biglietti dell’autobus, della metro, dai biglietti da visita, da altri scontrini e da tutte quelle cose inutili che in un modo o nell’altro riesco sempre ad accumulare.

Le attese per le audizioni sono sempre state cariche di tensione, per l’empatia che ho verso Alina assorbo tutti i suoi silenzi e, nel tentativo di distrarla (o di distrarmi, non lo so, non l’ho ancora capito), riesco solamente a parlare di cose futili. Alla luce dalla mia incapacità di rincuorarla dal fallimento, essere superficiale è l’unico modo che conosco per non risultare paternalista. Dovrei stare calmo, fingere distacco e sicurezza? Chi lo può dire.

Rumore di passi in fondo alla sala, alzo la testa, so che è lei, l’incedere è il suo, è quello giusto di chi cammina sopra il mondo.

Prendo la giacca, ti guardo un’altra volta, ti dico che sei bellissima, ma hai altro a cui pensare.

Il Teatro statale accademico dell’opera e del balletto di Novosibirsk è il più grande della Siberia e dista soli trenta minuti di cammino da qui. Questa passeggiata mi serve per scaricare la tensione, me lo dici piano, quasi per non disturbarmi. Fa freddo, acceleriamo il passo e stiamo in silenzio. Mi stringi forte come per paura di perdermi. Io credo in te, credo ciecamente in ogni cosa che fai, in ogni impegno che prendi e provo a trasmettertelo stringendoti ancora più forte.

Tutto attorno i negozi sono aperti, le strade sono gonfie dal traffico, un traffico lento e inesorabile. Una persona esce di corsa dalle scale della metro, ha gli occhi che starebbero bene su un altro viso ben più paffuto del suo, scruta i palazzi ed è come se si fosse accorta all’improvviso di essere da un’altra parte, in una città diversa da quella che si aspettava. Dal parcheggio della stazione partono autobus per l’entroterra siberiano. Noi no, noi restiamo qui nell’illusione di saper coltivare in modo opportuno e appropriato il nostro tempo, la nostra quotidianità, la vita. Dalla stretta della tua mano sento che dentro di te la giraffa sta iniziando a scalpitare, pronta a utilizzare il collo come una frusta per allontanare la paura che ti vorrebbe divorare. Sento il tuo cuore pulsare, ti stai irrigidendo, ma non lascerai la vittoria. Un boato all’improvviso ci scuote, ci guardiamo negli occhi preoccupati, probabilmente un aereo che non vediamo è passato nel cielo grigio di Novisibirsk facendo tremare tutta la terra sotto di noi e il cielo sopra di noi. E noi con loro, ci scuotiamo come sommersi da una paura ancestrale riconducibile al ruggito delle fiere, tratteniamo un attimo lo sguardo nel cielo per capire se lo vedremo precipitare sui palazzi, questo aereo, ma non succede nulla.

Ci supera a piedi un uomo enorme avvolto con un impermeabile nero che respira al ritmo del suo incedere, gonfiandosi e sgonfiandosi come un polmone. Lo vediamo allontanarsi velocemente per poi entrare in un negozio di antiquari. Manca sempre meno strada, ti sento dentro come un pugno, percepisco tutta la tua tensione, ti guardo, sei bellissima, sei pronta, sembra non ti manchi nulla per conquistare quello che vuoi, per demolire le paure, per inventariare le forze durante l’audizione. L’attesa, l’audizione, questa attesa che logora da sempre, che ci rende fragili, trasparenti, fallibili nella nostra impossibilità di arrestare il tempo, di fonderlo con la nostra volontà, di renderlo tangibile e malleabile. Camminiamo sempre più in fretta ora, camminiamo verso il tuo domani, qualcosa che era doveroso fare, la rinuncia avrebbe creato un danno incalcolabile, camminiamo verso tutto quello in cui credi. E lo facciamo insieme.

Mi sento spossato, dentro di me ci sono le emozioni di una vita che l’attesa non fa altro che amplificare, per poi detonarle assieme una volta finita, io ti sono vicino, ti starò vicino nelle circostanze che creeremo, vada come vada.

Fermi allo stop dei pedoni vediamo il teatro dall’altro lato della strada, un interminabile rosso ci costringe sul posto, di fianco a noi una signora con la spesa, da una borsa escono le zampe di una gallina, le unghie ancora sporche di terra, nella parte inferiore della busta, in trasparenza, noto la testa che preme sulla plastica bianca, avverto un lieve senso di soffocamento. Al di là della strada svariate persone entrano a teatro, sono tutte donne, anche loro qui per l’audizione. È verde, si parte, attraversiamo la strada sulle strisce e un altro boato scuote l’aria, è un aereo, non ci possiamo credere: questa volta lo vediamo, precipita lentamente su Novosibirsk in direzione delle ciminiere. Rimaniamo immobili in mezzo alla strada mentre le persone iniziano a scappare alla ricerca di un riparo, rimaniamo immobili mentre lo vediamo esplodere in volo, giusto una frazione di secondo e mi trascini con te verso il teatro. Mentre entriamo sentiamo i detriti che toccano il suolo dando vita alle prime esplosioni, poi un altro boato enorme manda in frantumi i vetri dell’ingresso. Tutto trema ora, tutto scivola via, i sogni si sgretolano, le idee per il futuro iniziano a vacillare. Davvero ci aspettavamo tutto questo, davvero era questa la vittoria da festeggiare l’indomani?

Stati di agitazione e di panico, una danza della disperazione che ha come scenografia la hall del teatro e come sceneggiatori un manipolo di terroristi. Tutti urlano e scappano prendendo direzioni casuali, noi no, siamo totalmente pietrificati, come la prima volta davanti al corridoio dell’hotel, da ipnotizzati generiamo null’altro che stasi irreversibili. Ci ripariamo increduli dietro a un grande vaso da pianta nell’angolo della hall principale, dove partono le scale per il loggione. La testa è appoggiata sul risvolto della ringhiera in ottone, il corpo posa teso sul tappeto rosso, le foglie della pianta sbattono contro il naso e mi fanno prurito. Tu stai sudando dalla tensione, non riesci nemmeno a parlare, guardi impietrita quello che accade ma non riesci a vedere null’altro che il tuo futuro disgregato, fatto a pezzi e schiacciato. Ti stringo forte, come se servisse a qualcosa, ti stringo perché non trovo altro coraggio che non sia lo stare insieme a te. Hai la mandibola serrata, sento i denti digrignare, come a scheggiarsi, è l’unico modo che hai trovato per incanalare la tensione.

Ora sentiamo uno strano silenzio che viene interrotto solamente dalle sirene d’allarme delle autoambulanze, dei pompieri, degli antincendio, della polizia, intervallate da urla, rumore di passi, rimasugli di vetri che cadono al suolo.

Noi restiamo qui, come falene che cercano protezione nascondendosi tra i mobili e la parete, in quell’interstizio dove giace la fortuna, in cui viene riposto tutto il futuro di una vita, nascondendo la propria esistenza ai predatori. Noi restiamo qui, bloccati, esterrefatti e allibiti, qui tra la pianta, il muro e la ringhiera in ottone, aspettando che tutto finisca, aspettando che non ci sia più nessuno in giro, che tutto si sia calmato, decifrato, decodificato, che tutto sia nuovamente, potenzialmente, leggibile, masticabile, digeribile.
Nostro.