un racconto di Matteo Gallo

 

Non so se ti è capitato mai.
di dovere fare una lunga corsa
e a metà strada stanco
dire a te stesso: adesso basta!
Eppure altri stan correndo ancora
intorno a te… allora:
non farti cadere le braccia…

Edoardo Bennato

 

 

«Quanto manca?»

«…»

«Dai, dai, quanto manca?»

«Ale, me l’hai chiesto trenta secondi fa. Mancano ancora dieci minuti.»

«Tra dieci minuti iniziano le vacanze. E tu-tu-tu, te ne stai tranquilla lì, seduta?»

«Ale, calmati un secondo e ascoltami: le vacanze durano 3 mesi, un mese è fatto di 30 giorni, un giorno è fatto di 24 ore, mi segui? Bene. Noi ne dormiamo 8 di ore, al giorno, e tra mangiare, colazione, merende varie, pranzo e cena, ne vanno via un totale di… di… facciamo 2; quindi, ci rimangono 14 ore al giorno per giocare a pallone, quindi, che fa un totale di circa 1.260 ore di gioco e tu non riesci ad asp…». Suona la campanella e l’attenzione di Alessandro, già messa a dura prova dai calcoli di Arianna, scompare in un secondo soltanto.

 

Ore 14:00

Uno squillo telefonico: la convocazione al campo da calcio.

 

Ore 14:05

«Che strane nuvole», sospira la mamma di Alessandro, mentre osserva dalla finestra e infila i piatti nella lavastoviglie. Alessandro non sembra sentire, è preso da una questione ben più complessa: maglietta di Messi o di Cristiano Ronaldo?

Tra Arianna e Alessandro le differenze si notano anche nella scelta dei propri eroi calcistici: per Alessandro il calcio è una lunga serpentina tra avversari prima di fare goal, lei vede anche lo spirito di sacrificio di tanti gregari al servizio del campione di turno.

 

Ore 14:30

«Le scarpette sono in garage!», urlano quasi all’unisono le madri del condominio di via Golgi.

 

Ore 14:35

Uno sbattere di porte dà l’avvio ufficiale a quest’estate. Con i pantaloni si sono accorciate pure le responsabilità, i compiti per le vacanze sono solo dei miraggi settembrini, da oggi chi non suda o non si sporca è considerato il peggior crumiro durante uno sciopero generale.

 

Ore 14:45

«Chi lo prende Leonardo?»

Un tuono squarcia lo spazio tra le due squadre. Inizia con un plin, poi se ne aggiunge un altro, poi tutto diventa pioggia, di quella incessante. Prima partita ufficiale rimandata per maltempo. Partono i primi scongiuri, gli sfottò sugli improbabili fidanzamenti in corso, in attesa che le nuvole si schiariscano e si possa finalmente aprire la stagione.

 

Ore 15:30

La pioggia s’infittisce, il campetto disidratato dal caldo di maggio inizia ad affogare, e quelle che sembravano piccole pozze, adesso, possiedono la dignità geografica dei grandi laghi.

 

Ore 16:00

La pioggia finalmente cessa. Per chiunque il campo risulterebbe impraticabile, ma non per loro, sovreccitati come gladiatori tenuti troppo in cattività.

 

Ore 16:10

Plin, plin, plin plin plin… plin.

Il ritorno della pioggia coincide con i primi richiami delle madri, preoccupate di ritrovarsi un figlio ammalato per casa e senza i compiti da fare. Maiko, il ribelle, ignora il richiamo, palleggiando sotto la pioggia, incurante di tutte le controindicazioni. Poco dopo, una Panda verde con a bordo la madre se lo porta via in tutta fretta, le urla di lei non sono coperte nemmeno dal rumore del vecchio motore Fiat.

A bordo campo, sotto i portici del condominio, rimangono solo Alessandro e Arianna, seduta sul pallone intenta a leggere un tascabile, mentre Alessandro prende a calcetti il pallone.

«Come inizio d’estate uno schifo», mormora Alessandro, continuando a infastidire l’amica per coinvolgerla almeno in un battimuro. Arianna continua a leggere uno di quei libri che lui classificherebbe velocemente con un laconico troppepochefigure. Gli risponde più per cortesia che per interesse: «Dai Ale, oggi è andata. Passiamo da me e giochiamo alla Play?». L’idea di passare dal calcio analogico a quello digitale sa di rassegnazione.

 

Ore 22:30

Alessandro, ancora vestito con il completino del Real, accoglie a malincuore l’invito della madre a spegnere la tele: «Dai Ale, su, su, non ti scoraggiare, sono quelle piogge estive che non fanno nemmeno in tempo a bagnarti.»

 

 

Tredicesimo giorno di pioggia.

 

Alla fine di giugno non si è potuto ancora stilare una classifica, né un torneo. Lo smarrimento negli occhi dei ragazzi del quartiere è la cornice perfetta per questa estate che ha voglia di piangere altra pioggia. Alessandro ormai si muove come un automa: accende la Play, ma non fa nemmeno in tempo a caricare il videogioco che è già stufo.

Arianna, rannicchiata ai piedi del letto, è intenta a studiare sull’iPad il percorso fatto dall’Orient Express nel libro di Agatha Christie. Alessandro irrompe, incurante di disturbare qualsiasi attività: «Ari, Ari, oh Ari, che si fa? Mica starai a leggere tutta l’estate?»

Arianna non alza nemmeno la testa. Alessandro si siede accanto a lei, sbirciando nei suoi affari, prende lo scotch e inizia a giocarci, arrotolandoselo tra le mani, producendo un rumore talmente fastidioso che Arianna deve interrompere la lettura: «Ho letto che gli indiani d’America erano in grado di controllare gli agenti atmosferici, ti rendi conto?!»

Alessandro la guarda con il suo solito grugno che significa: “Cosa?”.

«Ma ci sei o ci fai? Vuol dire che erano in grado di far piovere, o di far spuntare il sole, a seconda di come gli girava.»

Alessandro non si scompone: «E… e… e come? Ma è una leggenda tipo il wrestling o è vero?»

«Ci pensava lo sciamano…»

«Come il cambio della mountain bike?»

«No, quello è Shimano, non c’entra niente, scemo, lo sciamano era il gran sacerdote che con il totem…»

«Quel palo lungo, tutto disegnato con quelle strane facce, quello dei film western?», irrompe nuovamente Alessandro cercando di migliorare la sua situazione.

«Esatto! Quel palo come lo chiami te, funziona da antenna ultra dimensionale, mette in collegamento lo sciamano con gli spiriti e se gli uomini fanno correttamente la volontà degli Dei che parlano tramite lo Sciamano, il Totem esaudisce i loro desideri.»

«Come il genio di Aladin…», dice Alessandro.

«Mettiamola così, gli indiani vivevano in regioni aride, l’arrivo delle piogge significava che le piante sarebbero cresciute nuovamente, che gli animali avrebbero mangiato quelle piante e, a loro volta, avrebbero potuto cacciare quegli animali, così da sfamare la tribù.»

Alessandro, innervosito dall’esser trattato come l’ultimo della fila, si fa largo cercando frecce per il suo arco, rimanendo così in territorio indiano.

«Sì, sì, ok, ok, il ciclo della vita, bla, bla, bla. Sì, ma come facevano?»

«Con dei canti, tipo. C’era la danza per far piovere e poi c’era lo… Sbiancanuvole, mi pare che si chiami così, il rito per far spuntare il sole.»

«Figo, per far smettere di piovere, chiaro, e… funzionava?»

 

 

Prima settimana di luglio. 

L’estate lascia qualche schiarita speranzosa, permette almeno qualche partitella, ma Alessandro non si fa vedere al campetto e alle convocazioni risponde sempre un laconico: «È ancora bagnato, sembra di giocare in uno stagno.»

Alessandro, in realtà, si sta dedicando alla ricerca della formula dello sbiancanuvole: internet straripa di informazioni sugli indiani e sui loro rituali magici, è difficile però trovare una fonte affidabile, un sito che non sia gestito da pazzi conclamati o fuoriusciti da qualche comunità hippy. Finalmente, si convince di aver trovato la formula giusta su www.ritindiani_x_visipallidi.org, il sito di un certo Errico Bosco, guida alpina di Pieve di Cadore, che ama firmarsi con il nome Cherokee di Cavallo Basso.

Di fronte alla formula dello sbiancanuvole, non si fa spaventare neanche un po’.

 

SBIANCANUVOLE SIOUX etno-danza contro le precipitazioni atmosferiche

 

Ingredienti

  • estratto del fiore dell’indecisione (margherita vulgaris)
  • 3 gocce di metallo veloce (mercurio)
  • 6 manciate di terra consacrata (va bene qualunque confessione religiosa)
  • 1 coda di lucertola

 

Preparazione

Circoscrivete l’area che volete difendere dalla pioggia all’interno dei 2 totem.

I totem dovranno essere preparati almeno due giorni prima della mezza luna, che sarà la notte prevista per il rito, e dovranno contenere:

 

– Intagli memoriali (nel totem ci devono essere segni evidenti di un utilizzo precedente all’area circoscritta);

– I totem dovranno essere perfettamente paralleli ed equidistanti.

 

Una volta circoscritta l’area, si dovrà attendere la prima notte di mezza luna e procedere come segue: compiere un imprecisato numero di corse tra totem e totem, la cui linea d’unione sarà tracciata dall’unguento precedentemente preparato e a cui avrete dato fuoco prima di iniziare a correre.

Mentre correte dovrete intonare senza sosta e senza alcun difetto di pronuncia le seguenti parole prese dalla tradizione orale Sioux:

YUNDA EH, YUNDA EH, YUNDA YUNDA YUNDA EHHHH.

 

Nel preciso momento in cui dalla vostra bocca, per la stanchezza accumulata, non uscirà più nessuna parola, dovrete essere solertemente sostituiti nella corsa e nell’intonazione delle parole magiche dal SENZIENTE (un conoscente che vi avrà accompagnato nel rito notturno).

Dovrà subentrare a voi e solamente quando anche lui avrà esaurito l’energia (in teoria la linea d’unguento infiammato dovrebbe spengersi quando il rito si è esaurito) si potrà dire conclusa la magia.

 

Non esitate a scrivermi per ulteriori chiarimenti all’indirizzo: cavallobasso@nazioneindiana.it

 

 

Quella notte Alessandro non riesce a chiudere occhio. La mattina sua madre lo vede a malapena fare colazione, giusto il tempo di gridargli: «Prendi il K-way che fuori spiovizzica!»

Alessandro obbedisce storcendo la bocca, e con un riflesso da genio del male pensa tra sé e sé: “Ancora per poco…”. La pioggerella sembra ancora ben aggrappata a quell’inizio di luglio, e vedere Alessandro raccogliere le margherite nel prato della scuola completa il quadro di un’estate assurda. Maiko, testimone casuale e già pronto a un epico sfottò, sfodera il cellulare e cerca di immortalare il compagno di scuola a caccia di fiorellini. La fotocamera del cellulare non risponde per una decina di minuti. Forse gli dei indiani vegliano già su Alessandro, che non si accorge di nulla e si alza dal prato con una busta piena fino all’orlo di margherite.

Per gli altri ingredienti c’è solo da attivare il cervello. Per il mercurio basta rompere un vecchio termometro, mentre, per le sei manciate di terra consacrata, Alessandro aspetta che il prete si allontani dall’orto dietro la canonica per effettuare il carotaggio. Poi, prende una lucertola, la mette in una scatola, con i giusti forellini per far passare l’aria e le taglia la coda.

Adesso non rimane altro da fare che trovare i due totem equidistanti con cui delimitare il campetto da calcio. Di fronte alla fanghiglia marroncina, Alessandro osserva la sua meta con attenzione e prospettiva, come farebbe un buon generale studiando il campo di battaglia. Si aggrappa alla traversa della porta come uno scimpanzé, sperando che quell’oscillazione produca in lui una soluzione o, quantomeno, un’idea degna di tale nome. L’occhio cade sui pali di legno smangiucchiato

  • 77 cm Dario 2007
  • 68 cm Ale 2008
  • 85 cm Maiko 2006
  • 82 cm…

L’ultima tacca nemmeno si legge più. Corre all’altra porta. Stessi segni, stesse altezze. Meglio di così!

 

 

Il composto preparato, ovvero l’intruglio di margherite, coda di rettile e mercurio, deve essere sparso tra i due totem e poi, con estrema cautela, dato alle fiamme. A quel punto la buona riuscita della magia indiana è tutta nelle loro gambe e nei loro polmoni.

Quando Alessandro finisce di raccontare il tutto ad Arianna, lei pensa che l’amico sia la più giovane vittima di esaurimento nervoso, o forse è solamente gelosa della sua audacia creativa, tutta in solitaria: «Ale, cioè, fermati un attimo, tu mi vorresti dire che l’unico modo per poter far smettere di piovere, nonostante i meteorologi siano lì tutti a dire che sarà l’estate più piovosa da sempre, è correre tra le due porte del campetto su una scia di mercurio infiammata? E io dovrei aiutarti perché te l’ha detto uno che si chiama Cavallo Basso? Ma ci sei?»

Alessandro, che ha passato le ultime settimane a studiare come non ha mai fatto in vita sua, si ritrova sorprendentemente pronto a rispondere a tono alla domanda provocatoria dell’amica: «Tanto è già tutto pronto e tu poltrisci a letto da settimane ormai, voglio dire… Che cosa ti costa provare? Al massimo finirà come sempre, che hai ragione tu.»

 

 

Il rumore della pioggia si è conquistato a pieno titolo il ruolo di tormentone estivo, guardare in televisione le pubblicità dei gelati o degli ultimi modelli di pistole ad acqua rende il tutto ancora meno sopportabile e quasi provocatorio.

Alessandro non è mai stato così concentrato su una singola cosa per così tanto tempo. È nato in lui non solo l’amore per la stregoneria indiana, ma anche per tutto il contesto intorno alle vicende degli Stati Uniti: ha divorato libri sulla rivoluzione americana e si è fatto poi ipnotizzare dalle vicende della guerra di secessione, e adesso anche lui a pieno titolo può sospirare come Miss Rossella O’Hara: “Domani è un altro giorno”.

Arianna ha in mano un librogame della serie Lupo Solitario, ereditato dallo zio. Ama la tabella del destino e tutte quelle cose che rendono così vivo un libro – qualche anno dopo avrebbe detto lo stesso di Dostoevskij e di qualche contemporaneo americano, ma questa è un’altra storia.

Interrompe la lettura solo per il formicolio a un piede. Alzandosi per rianimarlo, si trova alla finestra a fissare tutta quella pioggia che non ha intenzione di tornare da dove è venuta. A meno che non funzioni davvero.

 

Ore 21:00

La televisione trasmette per l’ennesima volta un film con Van Damme e per quanto il “cinema del menare” sia un must per lui, Alessandro decide di scendere al piano di sotto per accertarsi che anche Arianna sia pronta per quella magica notte. La trova distesa nuovamente sul letto, un occhio all’iPad, l’altro al film di Van Damme.

«Allora, carica? Pronta per la nottata? Alle dieci e mezzo mia madre dovrebbe andare a letto, alle undici ti squillo, quello è il SEGNALE. Due minuti precisi dopo, ci troviamo fuori dal portone. Ho già pronto il liquido infiammabile, tu ricordati solo di prendere i cerini, se no è tutto inutile, ok? Ci sei? Mi segui?»

Arianna scrolla la testa in segno di approvazione.

«Tutto qui? Stiamo per cambiare il mondo, o quantomeno il clima, e tu fai solo sì con la testa? Piano con l’eccitazione, che rischi di infartarti.»

Arianna non è del tutto sicura né dell’esistenza del termine “infartarti”, né di tutta quella storia indiana, ma riannoda la lingua come un marinaio logopedista: «Non vedo l’ora.»

 

 

Ore 22:55

Cuscino messo a sostituire la sua figura in caso di un rapido controllo notturno dei suoi, passi leggeri fino alla porta come quelli di Baryshnikov (se solo sapesse chi è) per giungere all’appuntamento con Arianna, in attesa con una bottiglia contenente uno strano liquido verde pistacchio.

 

Ore 23:55

«Ci siamo!» esclama, piuttosto sicuro di sé.

«Liquido distribuito perfettamente da palo a palo, o meglio da totem a totem, pronti. Hai portato i cerini?»

Arianna li tira fuori dalla tasca con un ampio gesto, per far risaltare il suo ruolo fondamentale nella vicenda. Prima di dare fuoco al liquido, ripassa mentalmente le istruzioni che il padre le impartisce ogni ultimo dell’anno, da quando è stata eletta assistente/capo del reparto pirotecnico.

Una volta acceso, il liquido s’infiamma creando una linea di fuoco da porta a porta.

La fiamma rimane rossa per qualche secondo, poi una seconda fiammata la colora di blu e si stabilizza.

Non rimane che correre e intonare come si deve quella formula Sioux:

“YUNDA EH, YUNDA EH, YUNDA YUNDA, YUNDA EH”.

 

Alessandro corre avanti e indietro, ripetendo quella strana litania, già assurda detta una volta sola, che così diventa ancora più folle.

Un tuono squarcia il cielo: la pioggia, all’improvviso, scende fitta e intensa, ma la fiamma continua a risplendere.

Un rapido passaggio di staffetta con Arianna che inizia la sua corsa, motivata da quella strana impermeabilità del liquido. Il suo YUNDA sembra ancor più forte.

Qualche luce si accende dalle finestre del condominio di fronte.

Arianna corre e continua a intonare le parole magiche, la bocca spalancata sotto quella pioggia incessante, che pare schierata contro di loro in una battaglia finale.

La fiamma cambia colore da blu a rosso, ma solo per un secondo, e poi si spegne, e con lei finisce anche la corsa.

Alessandro è soddisfatto: il rito è stato rispettato alla lettera – una lettera dell’alfabeto Sioux. Si affretta a ricoprire la riga tracciata dalla fiamma, come prescritto dal saggio Cavallo Basso. La pioggia continua a cadere imperterrita.

«Non funziona.», dice Arianna affannata.

«Avevi ragione tu… Di nuovo.» gli risponde Alessandro.

«Non sono mai stata così scontenta di avere ragione, se proprio la vuoi sapere tutta.» le replica con tutto il cuore Arianna.

I due si sorridono. Le prime luci dell’alba si fanno strada fra le gocce grosse come la compilation di urla e schiaffi che li attendono a casa.

 

Sono ancora svegli, quando arriva il nuovo giorno, finalmente asciutto. Entrambi sono in punizione fino alla fine del mese: niente più campetto. Vorrà dire che il loro sole se lo godrà tutto Maiko, ma poco importa – crollano addormentati, molto più felici che dopo un’estate da goleador.