un racconto di Federico Spagnoli

Il lacchè aveva un sinistro niente male. Quando riceveva la pallina di carta, bottiglia di plastica o pigna tra i piedi, riusciva sempre a liberarsi dai propri marcatori e a tirare dritto in porta. Non si poteva dire lo stesso per il drago: aveva appena alzato con fare sconsolato la zampa mostrando gli artigli, dopo aver mancato la lattina di Coca-Cola schiacciata passatagli da Oliver, che era finita tra i piedi di un signore seduto su una panchina. Arrendendosi all’idea di non poter contare su quest’ultimo come raccattapalle, il piccolo Oliver aveva dichiarato conclusa la partita, chiamato a raccolta i suoi due amici, e fatto loro cenno di aspettarlo fuori, mentre si apprestava a spingere la porta del fruttivendolo.

Il drago e il lacchè stanno sempre di fuori.

Senza se e senza ma.

Oliver non lo faceva certo per cattiveria, la problematica era principalmente di ordine pratico, legata alla non proprio impercettibile presenza del drago, che era gigantesco – secondo gli standard di Oliver, di anni otto, e secondo la sua collocazione di questa parola nella categoria che iniziava con il fuoristrada del suo papà e terminava con la riproduzione di uno shuttle che aveva visto al Museo della Scienza e della Tecnica qualche mese prima. Il drago, che superava in tutta tranquillità i tre metri d’altezza, era quindi davvero gigantesco. Per Oliver, per esattezza, era gigantesco “tutto ciò che non si può impacchettare e mettere sotto l’albero di Natale”. I suoi genitori avevano provato a spiegargli che anche una pantera nera, assai più piccola del suo drago, sarebbe risultata difficile da impacchettare, ma Oliver non ne aveva voluto sapere di cambiare la sua definizione.

Il secondo problema stava nel fatto che il drago soffrisse, di tanto in tanto, di terribili attacchi di solitudine. Ecco perché il lacchè restava sempre fuori con lui, a fargli compagnia.

Oliver era entrato dal fruttivendolo, voltandosi a scambiare uno sguardo d’intesa con il lacchè. Torno subito, sembrava dirgli Oliver.

Ti aspettiamo qui, sembrava rispondere il lacchè.

Roarrr, aveva aggiunto il drago, prontamente sgridato dal suo compagno. 

Ruggire in pubblico, a detta del lacchè, violava le norme del galateo.

Le monete della mamma lasciavano sempre uno strano odore tra le mani di Oliver. Quando l’incarico di andare dal fruttivendolo sotto casa spettava a lui, si sentiva molto responsabile, tanto più che i proprietari del negozio erano proprio i suoi genitori, e le buone maniere con le quali si sarebbe rapportato con la cassiera, ovvero la mamma, sarebbero state argomento di discussione la sera a cena.Per Oliver anche il drago e il lacchè facevano parte della famiglia, soltanto in maniera diversa: il drago in casa non poteva certo entrare, e se ne stava spesso appollaiato sul davanzale; il lacchè, invece, contando sul fatto che il drago non si sentisse solo vista la prossimità delle mura domestiche, accompagnava Oliver di stanza in stanza, talvolta aprendogli la porta, talvolta lasciando che Oliver gli ricambiasse la gentilezza, e ringraziandolo poi con uno dei suoi elegantissimi inchini. Tuttavia, l’innegabile eleganza del lacchè sembrava non esistere agli occhi del papà, che era così scortese da apparecchiare la tavola soltanto per tre.

Quando Oliver tirava fuori la questione delle monete e dell’odore che gli impregnava le dita quando scendeva a fare le compere dal fruttivendolo, la sua mamma lo scortava subito in bagno ripetendogli di lavarsi le mani. Sempre, dopo aver toccato i soldi. E sempre senza sprecare acqua. A detta della mamma di Oliver l’acqua non andava mai sprecata perché era la risorsa più preziosa di tutte. Oliver pensava di averlo capito che l’acqua era una risorsa, e questo era uno dei suoi argomenti forti quando tirava fuori la questione della bontà del proprio drago, anche se a quel punto la mamma faceva roteare gli occhi e cambiava discorso.

Un drago cattivo sputa fuoco. Un drago buono sputa acqua.

E il suo, di drago, era il più buono di tutti.

Ecco perché insisteva con i genitori sul fatto che non ci fosse bisogno di comprare l’acqua in bottiglia, di lavarsi le mani nel lavandino, o di aspettare cinque minuti affinché l’acqua della doccia diventasse calda. Avevano un drago buono a disposizione, non sarebbe stato uno spreco non farne uso? Alla televisione facevano vedere soltanto i draghi cattivi, cioè quelli che il fuoco lo sputano e che gli incendi li creano. Il suo drago il fuoco lo detestava, e quando i camion dei pompieri sfrecciavano per le strade con le sirene spiegate aveva l’abitudine di seguirli in volo, facendo lo slalom tra i semafori e i lampioni. Oliver ne era sicuro: se mai avesse preso fuoco, un po’ come nei film, per un motivo o per un altro, il suo drago sarebbe stato lì a spegnergli le fiamme di dosso. Un amico così non lo si trovava dappertutto, anche perché non conosceva nessuno dei suoi amici che fosse in grado di fare la pipì svolazzando per aria dal sesto piano, facendo passare il getto tiepido dalla finestra aperta – se solo la sua mamma avesse visto la scena! –, centrando perfettamente il gabinetto; e certo era che nessuna delle persone che conosceva era in grado di produrre dal proprio naso acqua potabile. Oliver pensava che il drago dovesse essersi allenato molto, prima che s’incontrassero, perché sapeva spruzzare acqua naturale oligominerale dalla narice destra e leggermente frizzante da quella sinistra. Anche se l’acqua frizzante, spesso, gli faceva fare uno starnuto enorme, o meglio, gigantesco. D’altronde, chi mai avrebbe pensato di impacchettare uno starnuto?

Il lacchè vestiva sempre di bianco e aveva un sacco di superpoteri. Quando la mattina faceva freddo, ad esempio, riusciva sempre ad alzarsi prima di Oliver e a vestirsi e prepararsi per la giornata ben prima che lui riuscisse a smettere di stropicciarsi gli occhi. Il perché la scuola dovesse iniziare così presto era un bel mistero: forse le maestre di tutto il mondo conoscevano un qualche altro trucco per vincere il freddo una volta fuori dalle coperte, ma Oliver era senz’altro fortunato e sicuro di essere l’unico ad avere un lacchè a propria disposizione, che con i suoi gesti candidi lo esortava a farsi forza e a uscire dalle lenzuola per attraversare il corridoio e andare in bagno.

Purtroppo i superpoteri del lacchè non erano contagiosi, e la mattina Oliver non riusciva a proferire parola. In compenso, si sentiva come bombardato dalle mille domande che i suoi genitori sembravano tenere in serbo per le colazioni di casa.

Oggi cosa fate a scuola?

Per qualche motivo le conversazioni mattutine gli rimbombavano in testa come fossero indumenti imprigionati dall’oblò della lavatrice.

Si è ripreso il tuo compagno di banco?

Il lacchè, dal canto suo, di domande non ne aveva mai fatte, lui sì che capiva Oliver.

Allora la gita di quest’anno?

Va detto però che il lacchè non era di aiuto a rispondere, e che di parole non ne pronunciava in generale; e questo non per non disturbare Oliver, ma bensì perché, apparentemente, proprio non sapeva parlare.

Hai finito tutti i compiti, vero?

Muto come una sagoma, il lacchè si esprimeva grazie al proprio sguardo dorato, accompagnato da una serie di gesti leggeri, eleganti, perfetti, come lo sbattere d’ali di un cigno. Ecco perché aveva vinto per due volte di seguito il Campionato Mondiale di Spazzolata Dentale. Oliver andava molto fiero di questo traguardo del suo lacchè, e ogni sera si metteva al suo fianco, davanti allo specchio, e lo imitava lavandosi i denti come meglio poteva, mentre la mamma vestiva i panni del giudice.

Oliver veniva sempre sgridato se, quando gli passavano al telefono una zia sconosciuta, non sorrideva a ventiquattro denti come se l’avesse avuta davanti. Il lacchè invece – e questo Oliver lo considerava come un super-superpotere – sorrideva sempre, ma forse gli veniva più facile, perché di denti ne aveva già trentadue. Tra l’altro, sorridendo sempre, il lacchè non piangeva mai. Una volta Oliver era caduto sull’asfalto, perdendo l’equilibrio durante una corsa con i suoi amici, e si era scorticato lemani e sbucciato le ginocchia. Aveva pianto, questo sì, però, a sua discolpa, non aveva deciso lui. Il fatto è che la gola gli si era chiusa, il mento gli si era contratto e lui non aveva saputo come fermarsi. Gli occhi si erano riempiti di lacrime e le guance si erano gonfiate, come se un qualche abitante dei polmoni, stanco di ricevere l’aria dall’esterno, si fosse deciso a restituirla tutta. Non si poteva controllare, il pianto, ma la sua mamma faceva finta di niente, e non perdeva mai una singola occasione per sgridarlo sonoramente.

Quando era arrivata la tosse, anche gli amici di Oliver erano cambiati. La pelle del drago era sbiadita un poco, passando dallo scintillante verde smeraldo con cui era stato concepito a un colore più simile a quello di una mela. Il lacchè era diventato ancora più pallido, e siccome la sua carnagione era già di per sé piuttosto chiara, quando le guance e la fronte persero quel po’ di rosa che rimaneva era praticamente diventato un tutt’uno con la sua uniforme bianchissima. Oliver tossiva forte, e sentiva la fronte scottare; avrebbe voluto chiedere al drago di rinfrescarlo con uno dei suoi getti d’acqua, ma dal momento in cui si era ammalato, anche il drago sembrava aver perso le proprie abilità. Volava basso, fuori dalla finestra della cameretta, e quando passavano i camion dei pompieri si limitava a seguirli con lo sguardo: le ali piegate, la coda senza vita, e le nuvolette di vapore acqueo che, triste com’era, sbuffava dalle narici umide.

Il lacchè faceva ancora tutto il possibile per adempiere alle proprie mansioni, ma convincere Oliver ad uscire dal letto sembrava non riuscirgli più. I suoi compagni di scuola sentivano la sua mancanza: Oliver l’aveva saputo grazie a un foglio zeppo di scritte a colori che la mamma gli aveva appoggiato davanti agli occhi, poco prima di somministrargli la terza dose di sciroppo del giorno. Aveva provato a sorridere, ma non aveva avuto la forza di leggerlo tutto. 

Da quando era malato, Oliver percepiva a malapena lo scorrere delle settimane: l’unica cosa che lo aiutava a differenziare i giorni era la consistenza sempre più densa e il sapore sempre più amaro delle dosi di sciroppo. I flaconi, all’inizio, avevano etichette piene di colori e di animali disegnati; ben presto, tuttavia, il papà aveva iniziato a presentarsi al cospetto del suo letto con boccette di vetro arcigno e marrone, con all’interno un liquido simile al miele, ma molto più scuro e dal sapore di gran lunga peggiore. Neppure il drago, che divorava di tutto e di più, sembrava essere in grado di sopportare quella serie di intrugli prescritti dal dottore. E man mano che Oliver peggiorava, il drago volava a quota sempre più bassa, soltanto per raccogliere le scaglie che, da qualche tempo, aveva iniziato a perdere. Il lacchè gesticolava come un forsennato, cercando di convincere il proprio amico a ingoiare gli sciroppi dall’aspetto viscido e catramoso. Il suo volto era ancora sorridente, ma di un sorriso pieno di rughe, come un polpastrello immerso troppo a lungo nell’acqua.Oliver vedeva i suoi amici diventare sempre più bianchi, e pensava all’abat-jour che un anno prima la mamma gli aveva messo sul comodino, e, col passare del tempo aveva fatto sempre meno luce fino a spegnersi del tutto.

Il papà e la mamma dopocena se restavano seduti a tavola, anche se avevano già finito di mangiare da un pezzo: le stoviglie colmavano il lavandino, tutte ancora da lavare, e il tavolo era sempre ricoperto di fogli bianchi, cartellette e documenti. Oliver non poteva credere alle proprie orecchie: davvero aveva sentito la sua mamma singhiozzare in quel modo? 

Quando lo sciroppo aveva iniziato ad avere il sapore dell’asfalto, mandarlo giù era diventato una sfida ai limiti del possibile. Se poi ci si metteva anche la sua mamma, con le mani sempre più tremanti, prima o poi quell’asfalto si sarebbe rovesciato tutto sul letto,  imbrattando le coperte. Fortunatamente anche il suo papà se ne era accorto, perché era uno specialista della pulizia delle lenzuola, ed era stato sempre compito suo occuparsene quando Oliver da piccolo si risvegliava la mattina nel letto bagnato. Sicuramente era stata sua anche l’idea di chiamare l’infermiera in casa: certo, gli sciroppi erano sempre gli stessi, ma le sue mani almeno non tremavano mai. 

Quando poi andavano in missione in ospedale, come diceva il suo papà, i dottori gli facevano scorrere qualche macchinario imbevuto in una sorta di gel freddissimo sul petto, ma Oliver non si spaventava, perché  erano tutti sempre sorridenti e la parete era piena di disegni di dinosauri colorati che gli ricordavano il suo drago. In quella nuova stanza dove passava sempre più tempo però, il drago non si faceva vedere più. Oliver un giorno aveva chiesto alla sua mamma che fine avesse fatto, e se non potesse andare a controllare se, per caso, non si fosse perso nei corridoi, se avesse provato a venire in volo, salvo poi non sapere dove atterrare, visto che era così gigantesco. Per tutta risposta, la sua mamma era messa a piangere a dirotto, rifugiandosi tra le braccia del papà. Una scena un po’ strana, aveva pensato Oliver, scambiando uno sguardo perplesso con il lacchè, a poca distanza, pallido da morire ma con ancora con il suo immancabile sorriso a trentadue denti.

Solo una volta Oliver aveva visto il lacchè arrabbiarsi sul serio. I medici avevano chiesto a tutti di uscire, ma lui non ne voleva sapere, protestava gesticolando – non parlava, ma si faceva capire: non si poteva certo lasciar solo un bambino malato, non si poteva spostare il suo letto di qua e di là, da una sala operatoria all’altra, senza dare spiegazioni, senza dire nulla, senza neanche provare ad aiutarlo ad alzarsi, a rivestirsi. I suoi gesti esasperati, un tempo ali di cigno: ora artigli di falco. Ci avrebbe pensato lui – ci avrebbe pensato lui! – ma quel giorno non potè nulla. Perché Oliver non c’era più. E con lui le sue certezze. Ecco perché il drago non sputò acqua sul fuoco che pochi giorni dopo ne bruciò il corpo privo di vita. Il fatto è che la camera ardente è un edificio gigantesco, come direbbe il loro amico.

E il drago e il lacchè stanno sempre di fuori. Senza se e senza ma.

E qualcuno potrebbe anche dire di non vederli. Che non esistono. Poco importa, penserebbe Oliver.

Perché soltanto un adulto non riuscirebbe a vederlo: quel gigantesco dettaglio bianco rappresentato dai suoi amici in mezzo a tutte quelle persone vestite di nero.