un racconto di Paolo Logli

 

Il signor Attilio Remi aveva ricevuto la convocazione un martedì mattina. Stava lì, in mezzo alla corrispondenza che aveva raccolto in cassetta la sera prima, e che come ogni giorno scorreva metodicamente al risveglio, assieme al caffè, con l’impegno di chi sta contribuendo a far procedere la società civile. Pubblicità, bolletta, bolletta, Testimoni di Geova, sollecito, come sollecito? Lui pagava sempre con qualche giorno di anticipo… ah no, un errore del postino, era per quello del piano di sotto. E poi eccola: una busta color crema con il bordo leggermente dorato. Non era una lettera minacciosa — tutt’altro, il tono era cordiale, quasi festoso. 

La invitiamo a prendere appuntamento presso i nostri uffici per definire alcune preferenze personali. La Sua presenza è gradita quanto prima. Distinti saluti, Onoranze Funebri Castellani & Figli.

Attilio aveva pensato che fosse per sua zia Erminia, che aveva novantadue anni e un’aria sempre più provvisoria: si occupava lui delle questioni burocratiche, ed era plausibile che avessero il suo indirizzo. E siccome era una persona precisa, si era detto che in ogni caso, cosa fatta capo ha: anche così si contribuisce a riordinare il mondo. Intanto, la radio in cucina parlava di un satellite sovietico in rientro incontrollato nell’atmosfera. Detriti previsti su zone disabitate, diceva la voce, ma nessun pericolo per la popolazione. Attilio abbassò il volume per concentrarsi sulla lettura.

Gli uffici erano situati in un palazzotto liberty con le finestre velate da tendine di pizzo giallo, affacciate su un viale alberato appena fuori dal centro: traffico placido, uccellini, e persone che passano chiacchierando sottovoce. Baby sitter che fanno ondeggiare carrozzine azzurre sulle panchine del parco poco distante. Dentro, l’ambiente era sorprendentemente luminoso, c’erano piante vere — qualcosa che Attilio non si aspettava — e musica di sottofondo, un Debussy appena percettibile, come il ronzio di un frigorifero educato.
La receptionist alzò gli occhi da dietro gli occhiali dalla lente esagonale, e sorrise con la precisione di chi ha fatto un corso. «Signor Remi? La stavamo aspettando. Prego, si accomodi. Il dottor Forti la riceve subito.»
«Grazie. Volevo dire — è per mia zia, immagino. Erminia Remi, novantadue anni, abita in…»
«Certo, certo,» disse la receptionist, già guardando altrove.
Il dottor Forti era un uomo sulla sessantina con i capelli divisi da una riga chirurgica che sembrava incisa in cima alla testa col taglierino, e un completo grigio perla cucito direttamente sulla sua compostezza. Avrebbe potuto leggere qualsiasi notizia — la fine del mondo, l’aumento del pane — mantenendo la stessa cadenza rassicurante e un sorriso impassibile. «Signor Remi. Che piacere. Si sieda, la prego.» Disse gentilissimo e senza entusiasmo, indicando una sedia di fronte a lui.
Attilio si sedette. La sedia era stranamente comoda, di certo più delle aspettative.
Prima di cominciare, il dottor Forti aprì un cassetto e posò sul tavolo un modulo. «Routine,» disse. «Dati anagrafici, codice fiscale, medico di base. Se ha il tesserino sanitario con sé facciamo prima.» Attilio compilò il modulo, aveva una grafia ordinata, verticale. Ci mise due minuti: nome, cognome, data di nascita, codice fiscale, medico di base. I soliti campi, li aveva compilati centinaia di volte. 
«Allora,» disse il dottore, aprendo una cartella sottile, «iniziamo dai fiori. Lei che rapporto ha con i fiori?»
«Un rapporto normale, direi.» rispose Attilio, con un mezzo sorriso perplesso.
«Giglio, rosa, crisantemo — che è classico, ovviamente — oppure qualcosa di più personale. Abbiamo clienti che scelgono orchidee. Uno, recentemente, ha chiesto margherite di campo. Una scelta molto…» — cercò la parola — «…autentica.»
«Mia zia,» disse Attilio, «credo che apprezzerebbe qualcosa di tradizionale. Non è una donna eccentrica.»
Il dottor Forti annotò qualcosa. «Tradizionale. Bene.» Poi alzò gli occhi. «E Lei invece?»
«Io?»
«Lei. Ha qualche preferenza personale? In materia di fiori?»
Attilio aprì la bocca, poi la richiuse. «Non saprei. Non ci ho mai pensato. Sa, uno deve anche trovarcisi, intendo dire, non so se mi spiego…»
«Si spiega perfettamente.» Il dottor Forti sembrò trovare questa risposta del tutto soddisfacente. «Non si preoccupi. Ci pensiamo insieme.»
Attilio sentiva montare la perplessità, ma era un uomo ben educato, e sapeva vivere in mezzo ai suoi simili. Per cui si limitò a studiarlo un attimo da sopra le lenti degli occhiali. «Mi scusi…» esordì con il massimo garbo, attento a non sembrare aggressivo «Per mia informazione… dottore in cosa?» 
Forti sollevò gli occhi dalla cartellina, quasi divertito: «In medicina, ovviamente.»
Passarono ai cataloghi delle bare mezz’ora dopo, o forse era stata un’ora — Attilio aveva perso il filo del tempo nello stesso modo strano in cui si perde dal dentista, o in certi sogni in cui cammini in una città che conosci ma le strade non tornano mai. Sogni in cui di solito sei nudo dalla vita in giù, ma non sai esattamente perché.
«Questa,» disse il dottor Forti, indicando una fotografia, «è la nostra linea Serenità. Legno di ciliegio, interno in raso avorio. È la più richiesta.»
«È bella,» disse Attilio, e lo pensava davvero. Poi aggiunse, perché gli sembrò necessario: «Per mia zia, però, forse qualcosa di più sobrio.»
«Sobrio. Sì.» Altra annotazione. «E Lei invece? Cosa intende per sobrio?»
«Io non…» Attilio si fermò. Sentì qualcosa spostarsi, internamente, come quando si cammina su un pavimento e una tavola cede leggermente. «Scusi, ma cosa c’entra? Io non sono qui per me.»
Il dottor Forti lo guardò con un’espressione che non era sorpresa, né imbarazzo: era qualcosa di più morbido, una pazienza professionale, allenata. «Naturalmente,» disse, e voltò pagina.
Alle undici e quaranta erano passati ai loculi, esattamente come alla fine di un pranzo si passa al caffè, senza scosse, senza soluzione di continuità. Naturalmente, verrebbe da dire.
Attilio guardava le fotografie del cimitero monumentale — vialetti, cipressi, una luce di prima mattina che sembrava dipinta — e si rendeva conto di non aver detto niente di utile da almeno venti minuti. Aveva risposto alle domande, certo, questo sì, aveva indicato preferenze, questa mi piace e quella meno, con la naturalezza di chi sceglie le piastrelle per un bagno. O mette un like su un social.
«Il settore B,» stava dicendo il dottor Forti, «ha una bella esposizione al mattino. Se conta qualcosa.»
«Per chi è già lì,» disse Attilio, con un lieve sorriso complice «non dovrebbe contare molto.» Il dottor Forti sorrise a sua volta, comprensivo. «Ha ragione. Conta per chi viene a trovare.»
«Sa, mia zia non ha molti parenti rimasti.»
«No.» Una pausa brevissima. «Già.»
Attilio si irrigidì. «Senta,» disse, con una voce che cercava di essere ferma e risultava solo leggermente più alta, appena appena stridula «Lei mi deve spiegare una cosa. Mia zia è ancora viva. Io sono venuto qui pensando — cioè ora che faccio mente locale non so bene cosa pensassi, ma certamente non…»
«Signor Remi.» La voce del dottor Forti era così quieta che sembrava assorbire il suono dalla stanza. «Nessuno è qui per nessun motivo sbagliato, neppure io. Le faccio solo notare,» aggiunse, aprendo un’altra pagina della cartella, «che le preferenze che ha espresso finora le trovo molto coerenti. Coerenti con Lei, intendo. Adatte ad una persona di gusto, sobria, che non ama l’eccesso, come ci risulta che sia lei.»
Attilio lo fissò.
«Il ciliegio, per dirne una» continuò il dottor Forti, come se stesse concludendo un ragionamento iniziato molto prima, «Lei l’aveva scartato, ha scelto il rovere. È una scelta dignitosa.»
«Veramente io non ho scelto niente.»
«Ha detto: quello mi piace di più. Era il rovere.»
Attilio non ricordava di averlo detto, ma forse sì, lo aveva detto, certe volte faceva fatica a tenere a mente tutto. E’ che succedono troppe cose, nella vita. Ad un certo punto il cervello fa una cernita, qualche cosa è costretto a lasciare per strada, e lui non si sentiva di dargli torto.
Alle dodici e un quarto, mentre il dottor Forti spariva in un corridoio per prendere i moduli definitivi, Attilio rimase solo nella stanza.
Guardò le sue mani appoggiate sul tavolo, le fotografie dei vialetti del cimitero, i cipressi stretti e scuri come punti esclamativi in un testo che non riusciva a leggere. Guardò la sedia comoda su cui era seduto, poi la porta. Dal corridoio non arrivava nessun rumore, né passi ne voci sommesse e lontane, proprio nulla, silenzio.
Gli venne in mente che poteva alzarsi e andarsene, la porta era lì e non c’era nessuno a trattenerlo.
Il problema — capiva adesso, con quella chiarezza fredda che arriva sempre troppo tardi — era che se ne andava senza aver firmato niente, senza aver scelto niente, sarebbe rimasto tutto in sospeso, e quella sensazione di incompiuto, di pratica aperta, gli sembrava insopportabile. Più insopportabile, in qualche modo, dell’alternativa, soprattutto per un uomo come lui, che faceva dell’organizzazione una ragione di vita.
Il dottor Forti tornò con i moduli. «Dove firmo?» disse Attilio, e non era una domanda. Portò la penna sul foglio — non ricordava bene il momento esatto, come non ci si ricorda il momento esatto in cui ci si addormenta.
Fuori dal corridoio, ora, c’erano delle voci. Si alzò con la scusa di dover fare una telefonata ed uscì prima di avere risposte.
«Ma certamente,» gli disse dietro il dottor Forti. «C’è un salottino in fondo a destra, se le serve un attimo di privacy.»
Il salottino aveva una poltrona color prugna e una pianta di pothos che scendeva da uno scaffale con determinazione silenziosa. Attilio prese il telefono, si accostò alla finestra e chiamò sua moglie Carla.
«Tutto bene?» disse lei al secondo squillo. Non pronto, non dimmi — tutto bene, come se stesse aspettando una notizia specifica.
«Sì,» disse Attilio. «Stavo pensando di passare da mia zia, prima di venire a casa, e di portarle qualcosa.» Silenzio di due secondi. «Dalla tua zia.»
«Mia zia. Erminia.»
«Lo so chi è tua zia, Attilio.»
Altro silenzio, stavolta di tipo diverso. «Vieni a pranzo?» disse Carla, ma lui coglieva che c’era qualcosa che non tornava, come se si sforzasse di essere allegra. O quanto meno, normale. «Credo di sì. Sto finendo qui.» rispose lui, con una punta di perplessità. «Dove sei?» Attilio guardò la pianta di pothos. «In un ufficio. Ti spiego dopo.»
Riattaccò con la sensazione precisa di aver detto troppo e troppo poco allo stesso tempo, e che Carla avesse capito qualcosa che lui invece non aveva ancora finito di capire.
Tornò nella stanza del dottor Forti e disse, con una voce che si sforzava di sembrare casuale: «Senta, per oggi mi fermo qui. Devo ripassare, se non le dispiace.»
Il dottor Forti lo guardò con un’espressione indecifrabile, era infastidito? Attilio decise di no, mentre quello cercava le parole: «Mi dispiace, ma vede, questo non è…»
Dall’angolo della stanza, un colpo di tosse. Attilio non lo aveva notato prima, ma c’era un altro uomo, più giovane, con una cartellina sotto il braccio, probabilmente un assistente, probabilmente sempre stato lì, ma lui non lo aveva notato. Il giovane incontrò gli occhi del dottor Forti e fece qualcosa con le sopracciglia, un piccolo gesto, niente di esplicito. Una comunicazione brevissima, del tipo che passa tra colleghi di lungo corso. Il dottor Forti annuì impercettibilmente, e si risedette. «Naturalmente,» disse. «Ci faccia sapere.» Attilio prese il cappotto dall’attaccapanni — anche l’attaccapanni non se lo ricordava, eppure era lì — e uscì, cercando di non ammettere neppure con se stesso che si sentiva sollevato, come se avesse vinto una mano di poker. Ma lui a poker non aveva mai giocato, perciò si allontanò nel corridoio senza fretta, abbastanza lentamente da sentire alle sue spalle il giovane con la cartellina dire sottovoce, a qualcuno o a nessuno che avevano fatto bene a lasciarlo andare: «Tanto ndò va?»
E la cosa che gli diede un brivido lungo la schiena era che quella non era una domanda, ma una constatazione.

Camminò fino al bar all’angolo e ordinò un caffè. Lo bevve in piedi, guardando fuori dalla vetrina la strada che continuava senza di lui — il tram, la donna al telefono, il cielo bianco compatto.
Poi andò a casa.
Quando entrò Carla stava apparecchiando, aveva messo la tovaglia buona — quella di cotone bianco con il bordo ricamato, che di solito tirava fuori solo per gli ospiti o per le occasioni importanti, anche se non si ricordava quale fosse stata l’ultima. «Ho fatto il risotto,» disse lei, senza voltarsi. «Quello con la zucca.»
Era il suo preferito, lo sapevano entrambi.
Attilio appese il cappotto e rimase un momento nell’ingresso dedicando una seconda occhiata alla tavola imbandita. «Perché la tovaglia buona?»
«Avevo voglia.»
Si sedettero sorridendosi con impegno, e Carla gli servì il risotto con una cura leggermente eccessiva, livellando la superficie nel piatto come se questo contasse particolarmente, mentre lui la guardava fare.
«Stai bene?» disse lei, ad un certo punto.
«Sì. Tu?»
«Sì.»
Mangiarono in silenzio per un po’, era un silenzio normale — il loro silenzio di sempre, vent’anni di silenzio insieme, solo che adesso Attilio ci sentiva dentro qualcosa. Una frequenza bassa, come il bordone di un organo in una chiesa vuota.
Sa, pensò. Poi pensò: ma cosa, esattamente? Poi pensò: la stessa cosa che so io. Che è niente, che è tutto…. Che è… oh, insomma, che mi prende oggi?
«Dove eri stamattina?» disse Carla appuntandogli gli occhi addosso come puntine da disegno.
«Te l’ho detto. Sono passato in un ufficio.»
Lei annuì. «E hai fatto tutto?»
«Non ancora.» Carla annuì, come se fosse la risposta che si aspettava. Rimase un momento con la forchetta sospesa, guardando il piatto. Poi ricominciò a mangiare. Lei non chiese altro, e fu precisamente quel non chiedere altro che ad Attilio si gelò qualcosa nello stomaco.

Quella notte non dormì bene. Alle tre era sveglio, con il soffitto sopra e Carla che respirava accanto a lui, o almeno così sembrava.
Pensò al dottor Forti, alla pianta di pothos, alla frase del giovane con la cartellina — tanto ndò va — e a come quella frase avesse la forma di una risposta a una domanda che nessuno aveva fatto ad alta voce.
Si girò verso Carla. Respirava con quella fiducia assoluta del sonno, o almeno così sembrava. «Carla.» Il silenzio nella stanza, forse stava davvero dormendo, poi: «Cosa c’è.» Non era una domanda, e rimase a galleggiare per aria, al di sopra del letto, come un aeroplanino di carta, finché per Attilio non fu evidente che si doveva rispondere. «Carla, noi due ci stiamo dicendo tutto?» Una pausa, più lunga del necessario, riempita solo dal ronzio dei fili elettrici del tram, fuori dalla finestra. «Tutto come?»
«Tutto. Ci stiamo dicendo tutto quello che c’è da dirsi.»
Carla si girò dall’altra parte, non verso di lui — dall’altra parte. «Attilio, sono le tre.»
«Lo so.»
«Cosa vuoi che non ti sto dicendo?»
«Non lo so. Per questo te lo chiedo.»
Un altro silenzio, mentre il 12 notturno sferragliava in curva, laggiù in fondo. Poi Carla si sollevò sul gomito e lo guardò nel buio con un’espressione che lui non riusciva a vedere bene ma che sentiva — una specie di stupore irritato, come succede di fronte a una domanda senza senso. «Ma perché? E poi cosa vuol dire tutto?» sussurrò. «Ci sono cose che non ti dico perché non esistono ancora, cose che non ti dico perché le ho dimenticate, cose che non so nemmeno io.» Si rigirò. «Ora dormi.»
Attilio rimase immobile. Aveva fatto la domanda sbagliata, o aveva avuto la risposta sbagliata, o tutte e due le cose insieme — non riusciva a capire quale delle due ipotesi lo spaventasse di più.
Alle quattro prese il telefono e cercò su internet Onoranze Funebri Castellani e Figli.

In un angolo della schermata, una notifica di news: «Satellite Kosmos-954: traiettoria confermata, rientro previsto venerdì mattina. Le autorità escludono rischi per i centri abitati.» Attilio chiuse la notifica.
Il sito era sobrio, professionale, con fotografie di fiori e di luce mattutina tra i cipressi. Nella sezione Chi siamo c’era una foto del dottor Forti, sorridente, con il completo grigio perla. Sotto, una frase: Perché ogni percorso merita la giusta attenzione. Attilio fissò la frase per un po’, poi, non sapendo bene perché, compilò il modulo di contatto per fissare un secondo appuntamento.

Il dottor Forti lo ricevette il giovedì successivo con la stessa cordialità immobile del primo giorno. «Bentornato, signor Remi. Vedo che ha avuto modo di riflettere.» Attilio si sedette, la sedia era ancora comoda come la prima volta. «Volevo chiarire alcune cose,» disse. Si era preparato, aveva anche scritto dei punti su un foglietto, seduto al tavolo di cucina, mentre Carla dormiva. «Io non sono sicuro di capire a cosa si riferisce tutta questa… procedura.»
«Capisco.»
«No, aspetti. Capisco non è una risposta. Voglio sapere esplicitamente per quale motivo…»
«Signor Remi.» Il dottor Forti aprì le mani sul tavolo, un gesto morbido, quasi paterno. «Mi faccia dire una cosa. Una sola cosa, e poi rispondo a tutto quello che vuole.»
Attilio aspettò, mentre quell’altro si prendeva un tempo e aspirava aria platealmente, come prima di una battuta a proscenio.
«Tutti devono morire,» disse infine il dottor Forti. «Il problema è solo il quando.»
Nella stanza il Debussy continuava, appena percettibile, come il ronzio di un frigorifero educato. «E nel quando,» continuò il dottore, riprendendo la cartella, «c’è tutto lo spazio per fare le cose con ordine. Con dignità. Non le sembra?»
Attilio guardò il foglietto con i punti che aveva scritto in cucina.
Li rilesse. Poi lo piegò e lo rimise in tasca, questo era uno sviluppo imprevisto, e metteva in netto fuorigioco tutte le sue domande. Tutta la lista.
«Dov’eravamo rimasti,» disse.
Il dottor Forti riaprì la cartella. Attilio guardava le mani sul tavolo — le proprie, non quelle di Forti — e pensava che erano mani normali, mani che avevano fatto cose normali per tutta una vita, e che adesso erano lì ferme come oggetti dimenticati.
«Stavamo definendo il settore,» disse il dottor Forti. «E’ orientato alla terra o ai fornetti?»
«Senta,» disse Attilio.
«Prego.»
«Guardiamoci negli occhi.»
Il dottor Forti alzò lo sguardo dalla cartella con la disponibilità di chi non ha niente da nascondere, che è la cosa più inquietante del mondo.
«Non mi avete convocato per mia zia,» disse Attilio. «Giusto?»
Una pausa brevissima. «No,» disse il dottor Forti. La parola cadde nella stanza come una moneta sul pavimento. Semplice, rotonda, definitiva.
«E secondo lei,» disse Attilio, e sentiva la voce farsi più alta, stridula, non per scelta ma per una specie di pressione interna, come un tubo che cede, «io dovrei morire solo perché qualcun altro l’ha deciso?»
Il dottor Forti lo guardò con quella pazienza morbida, allenata, che non era compassione ma le assomigliava abbastanza da fare lo stesso effetto.
«C’è sempre stato un altro che ha deciso, signor Remi,» disse. «Da prima che lei nascesse. Da prima che nascessimo tutti.»
Attilio aprì la bocca. La richiuse. La aprì di nuovo. 
«Ma io non sono pronto.»
«Nessuno lo è mai stato,» disse il dottor Forti, con la stessa voce con cui avrebbe detto il caffè è incluso nel servizio. «Per questo esiste il nostro ufficio.»
Il Debussy continuava imperterrito, appena al di sotto della soglia del fastidio, come un intruso che nessuno si era preoccupato di avvertire.
Fu in quel momento che Attilio vide il portacenere.
Era sul bordo del tavolo — cristallo di rocca, pesante, con le facce tagliate che rifrangevano la luce al soffitto in piccoli rombi iridescenti. Un oggetto fuori posto in quell’ufficio così composto, come un sasso portato dal mare in un appartamento di rappresentanza. Attilio non sapeva cosa ci facesse lì. Forse non ci aveva mai fatto caso prima. Forse c’era sempre stato, e lui non lo aveva notato, come molte altre cose.
Lo prese. Lo sollevò girandoselo in mano, come se ne valutasse la consistenza.
Non fu un gesto eroico, fu un gesto goffo, mal calibrato, il gesto di qualcuno che non ha mai colpito nessuno in vita sua e che se ne sarebbe ricordato per il resto della vita. Il portacenere si schiantò sulla tempia del dottor Forti con un suono secco e umido insieme. Forti non disse niente, le braccia scivolarono dal tavolo, il corpo seguì, lento, con una specie di compostezza residua, si accasciò a terra, e rimase sul pavimento. Dalla tempia il sangue usciva con una generosità assoluta, come un getto d’acqua da un irrigatore — raggiunse il colletto del completo grigio perla in pochi secondi, poi il pavimento, poi cominciò a espandersi con quella pazienza orizzontale dei liquidi, imbrattando il tappeto. La scrivania ne aveva già una chiazza scura sul bordo. Sulle poltrone di pelle verde ne era schizzato un po’, piccole gocce precise come punteggiatura, ma Attilio si disse che sarebbe venuto via con un panno morbido e un prodotto specifico. Una delle stampe ottocentesche alle pareti — un paesaggio lacustre, placido — ne aveva una disegnata sull’angolo in basso a destra, una mezzaluna rossa che sembrava di design. Il dottor Forti emise un suono dal fondo della gola, un gorgoglio breve e liquido, e poi non emise più niente.
Il Debussy era sempre lì, come carta da parati sonora.
Attilio era già in piedi. Prese il cappotto dall’attaccapanni, e uscì.
Nel corridoio non c’era nessuno, per cui si fermò un secondo a valutare il da farsi. Si guardò le mani, come si guardano le mani di qualcun altro.
Fuori, la città continuava a chiacchierare e far rumore con indifferenza assoluta.

A casa non disse niente a Carla. Mangiò qualcosa in piedi davanti al frigorifero aperto, non ricordava cosa, andò a letto alle nove, cosa che non faceva dai tempi della Pandemia.
Carla lo guardò dalla porta della camera. «Ma ti senti bene?»
«Stanco,» disse lui.
Lei annuì e non chiese altro, e fu precisamente quel non chiedere altro che gli gelò qualcosa nello stomaco, come già era successo — quando? ieri? una settimana fa? …il tempo aveva smesso di comportarsi normalmente. Si limitò a seguirlo con rassegnazione, e a mettersi a letto anche lei.
Attilio spense la luce e rimase con gli occhi aperti nel buio.
Pensava al dottor Forti sul pavimento. E al suono, soprattutto, tornava sempre lì — quel suono secco e umido, e poi quel gorgoglio, breve, come qualcosa che si svuota. Il sangue lo aveva già visto in vita sua, quello lo sapeva gestire, ma il suono no. Le mani le aveva guardate sotto la luce al neon del corridoio e non le aveva riconosciute. Il dottor Forti era morto — non c’erano dubbi, nessuno sopravvive a una cosa come quella — e quindi lui era un assassino. Un assassino in pigiama che aspettava i carabinieri seduto al tavolo della cucina con una bottiglia di barbera vuota davanti. L’aveva trovata nello sportello basso, la tenevano per gli ospiti.
Non arrivò niente e nessuno.

Alle undici Carla dormiva. Lui no.
Si alzò senza fare rumore e andò alla finestra del salotto. Aprì le imposte di un dito — il minimo indispensabile — e guardò giù in strada.
La via era deserta. Un lampione che sfrigolava nel buio, una macchina parcheggiata male. Un gatto che attraversava con quella dignità indifferente dei gatti.
Nient’altro.

Alle due e mezza era in cucina, seduto al tavolo, con davanti un’altra bottiglia, stavolta non di barbera, ne aveva messa da parte solo una. Anzi, non era neanche una bottiglia, era un cartone di Tavernello. Ma andava benissimo per il suo scopo e di quello ne aveva una confezione da sei. Ne versò un bicchiere, lo bevve, ne versò un altro. A un certo punto rovesciò il bicchiere. Non se ne accorse subito. Poi il vino raggiunse il bordo del tavolo e cominciò a scendere sul pavimento con quella stessa pazienza orizzontale che aveva il sangue del dottor Forti, e lui rimase a guardarlo scendere senza fare niente.
Alle tre e un quarto il Tavernello era finito e Attilio Remi, che non aveva mai amato il vino, al massimo beveva un calice a cena e talvolta nemmeno quello, era brillo in maniera silenziosa e verticale — il tipo di ebbrezza che non fa ridere ma fa sembrare tutto più vero e più urgente. Anzi, stava proprio male, e sentiva bisogno di vomitare, ma non gli riusciva.
Tornò alla finestra.
La berlina grigia era ancora lì.
C’era qualcuno lì dentro, ne era sicuro adesso. Una sagoma, appena — una spalla, forse, o la sommità di una testa leggermente più scura del poggiatesta.
Aprì l’armadio nell’ingresso, prese il cappotto e lo indossò sopra al pigiama. Poi scese.
La strada di notte aveva un silenzio diverso da quello del giorno — non assenza di suono, ma suono diverso, fatto di strati: il ronzio lontano della tangenziale, un cane tre isolati più in là, i propri passi sul selciato che sembravano troppo rumorosi, come i passi di qualcun altro. Sopra i tetti correvano nubi basse e veloci, e ogni tanto un lampo illuminava i fili del tram per un secondo — quella luce bianca e piatta che non illumina niente, che fa sembrare tutto più fermo di quanto sia. Aveva cominciato a piovere, una pioggia sottile e fredda, e lui se ne accorse solo quando era già bagnato.
Attilio si avvicinò alla berlina.
Vuota.
Si guardò intorno. Naturalmente era vuota — ci aveva guardato dentro da un terzo piano per un’ora, brillo, alle tre di notte. Naturalmente.
Stava per tornare su quando lo vide.
In fondo alla via, sul bordo del marciapiede opposto, c’era una figura. Ferma, di spalle — alta, con qualcosa di scuro addosso. Immobile come se avesse tutto il tempo del mondo.
Attilio fece un passo. La figura non si mosse.
Un altro passo.
Cominciò a camminare più svelto, poi a correre — una corsa goffa, col cappotto sopra al pigiama, le ciabatte sul selciato bagnato, il fiato che non era abituato a questo. La pioggia gli entrava negli occhi. La figura non si muoveva, stava ancora guardando dall’altra parte, verso il buio oltre il lampione.
«Ehi!» gridò Attilio.
La figura non si girò.
«Ehi, stronzo! Ti ho visto!»
La parola rimbalzò sui muri della via deserta con una risonanza imbarazzante, troppo grande per quella strada, troppo grande per lui. Nelle finestre sopra si accese una luce, poi un’altra. Qualcuno si affacciò — una sagoma scura contro il vetro illuminato. Un altro aprì la finestra: «Ma che succede? Chi urla?» La voce era irritata, quella di chi è stato svegliato e non ha nessuna intenzione di essere gentile. Attilio si guardò intorno. Il pigiama a righe — non lo aveva scelto lui, gliel’aveva comprato Carla tre Natali fa. Le ciabatte di gomma blu. I capelli. Si passò una mano sui capelli e capì che erano nel peggiore stato possibile. Poi sentì l’odore del vino — addosso, sul cappotto, nell’aria intorno a lui — e capì anche quello.
Si sentì come ci si sente quando si cade in pubblico. Non fa male, fa peggio.
La sagoma alla finestra sparì, ma la luce rimase accesa.
«Ehi,» disse Attilio, più piano, quasi a se stesso. «Tu…»
E riprese a correre.
La figura svoltò l’angolo, e Attilio dietro. Svoltò l’angolo anche lui.
Nessuno.
Un vicolo stretto, un cassonetto, un lampione spento. La pioggia che batteva sul selciato. Nient’altro.
Si fermò, ansimando, con le ciabatte a mollo e il cappotto che pesava il doppio. Guardò in fondo al vicolo — buio. Guardò indietro — la strada deserta, le finestre illuminate. Fece un passo avanti.
Fu allora. Un braccio lo prese di schiena con una violenza secca, gli torse il polso verso l’alto fino a sentire qualcosa tendere nell’articolazione, e lo spinse contro il muro. La guancia contro l’intonaco bagnato. Poi il freddo — duro, circolare, inequivocabile — premuto sulla nuca con una pressione che non lasciava spazio a interpretazioni.
Il clic del proiettile che entrava in canna era il suono più definitivo che avesse mai sentito in vita sua.
Il fiato dell’uomo era vicino, caldo sul collo, nel contrasto assurdo con il freddo della canna e la pioggia e il muro. Attilio non riusciva a vedere niente — solo l’intonaco a tre centimetri dagli occhi, e sotto i piedi il selciato bagnato.
Ora muoio. Il pensiero era lucido, quasi amministrativo. Così. In pigiama. Sul selciato bagnato di una strada che conosco da vent’anni. Senza aver firmato niente. Senza aver chiamato Carla.
«Cosa hai in tasca.»
Attilio aprì la bocca. Non uscì niente.
«Cosa hai in tasca, ho detto.»
«Niente,» riuscì a dire. «Non ho niente. Abito qui. Abito in questo palazzo, terzo piano, posso mostrarle—»
La pressione sulla nuca non si mosse.
Poi una pausa. Lunga.
«Remi?»
Il braccio si allentò. Attilio si girò.
Era Comaschi — la guardia giurata del quartiere, quello che faceva il giro ogni notte, che salutava con due dita al berretto. Che una volta aveva aiutato Carla a portare su le buste della spesa quando l’ascensore era rotto. Che probabilmente conosceva la sua cucina meglio di lui.
Comaschi rimise la pistola nella fondina. Lentamente. Senza togliere gli occhi da Attilio.
«Ma cosa ci fa in giro a quest’ora.» Non era una domanda.
«Non riuscivo a dormire.»
Comaschi lo guardò — il cappotto fradicio sul pigiama, le ciabatte di gomma blu, l’aria di chi ha bevuto una confezione da sei di Tavernello da solo in cucina alle tre di notte — e non disse niente. Aveva una faccia che non diceva niente, e Attilio capì che era una faccia allenata a non dire niente, per ragioni sue.
«Vado su,» disse Attilio.
«La riaccompagno,» disse Comaschi. Non era una domanda.
Carla aprì la porta prima che Attilio mettesse la chiave nella serratura.
Era sveglia, completamente sveglia, non della veglia confusa di chi si è alzato per un rumore — sveglia e vestita, con una vestaglia che Attilio non ricordava, color mattone, che le stava anche bene. Bagnata sulle spalle, come se fosse stata fuori, o vicino a una finestra aperta.
Guardò Attilio, poi guardò Comaschi. Tra quei due passò qualcosa — una comunicazione brevissima, del tipo che passa tra persone che si conoscono bene, che hanno una storia di sguardi condivisi. Non un sorriso, non una parola, qualcosa di più piccolo e più preciso.
«Grazie, Sergio,» disse Carla.
«Figurati,» disse Comaschi.
Attilio rimase sulla soglia tra i due, col cappotto fradicio sul pigiama e il polso che gli faceva ancora male, e sentì qualcosa cedere sotto i piedi — la stessa sensazione di quel primo giorno, nella stanza del dottor Forti, quando aveva capito qualcosa senza riuscire a capire cosa.
Grazie Sergio.
Comaschi salutò con due dita al berretto e sparì nel vano scale.
Carla fece un passo indietro per farlo entrare. «Vieni,» disse. «Ti faccio un tiglio.»
Attilio entrò.
La porta si chiuse dietro di lui.

La mattina dopo si svegliò con la bocca impastata e una chiarezza fredda, del tipo che arriva dopo le notti sbagliate — non lucidità, ma la sua imitazione abbastanza plausibile.
Carla non c’era, sul tavolo della cucina caffè pronto e un bigliettino: Sono uscita presto, ci sono le fette biscottate nell’armadietto in alto. Sotto, niente. Nessun baci, nessuna firma — cosa che non aveva mai notato prima e che adesso gli sembrò una lacuna enorme, come una parola cancellata in un documento importante. 
Grazie Sergio.
Guardò l’orologio, era tardi e non aveva nessuna intenzione di fare tardi in ufficio, sarebbe stata la prima volta in vita sua. Era inaccettabile, e il fatto che la sua vita stesse sbriciolandosi in minuscoli pezzetti non era una giustificazione sufficiente.
Perciò si vestì, prese la borsa e scese.
In autobus c’era la solita gente della solita ora — cappotti, telefoni, facce chiuse nel loro mattino privato. Attilio salì e si sistemò vicino al finestrino.
Al primo semaforo il ragazzo seduto davanti a lui si girò, non disse niente, lo guardò per un secondo — forse meno, forse era solo il movimento di chi sistema gli auricolari — e si rigirò verso il finestrino.
Attilio rimase immobile. Sa, pensò. Poi pensò: non sa niente, è un ragazzo con gli auricolari alle otto di mattina, ha altro a cui pensare. Poi pensò: ma allora perché si è girato proprio adesso.

La sua scrivania era uguale a sempre. La piantina di cactus nell’angolo — uguale. La foto di Carla nel portafoto di plastica blu — uguale, anche se adesso Attilio la guardò un attimo più a lungo del necessario, come si guarda una parola scritta troppe volte di fila, che smette di sembrare una parola.
Mancini, il collega di fronte, alzò gli occhi dal monitor. «Ciao, Remi.»
«Ciao Mancini.»
«Hai una faccia.»
«Non ho dormito.»
«Eh,» disse Mancini, con quella filosofia monosillabica che era il suo contributo principale alla vita dell’ufficio.

Attilio accese il computer. Stava pensando al dottor Forti — alla tempia, al suono che aveva fatto mentre il posacenere si schiantava contro l’osso parietale, al modo in cui era scivolato dalla sedia sul pavimento, al sangue sulle pareti come una decorazione troppo pacchiana. Pensò ai carabinieri che non erano arrivati, a Comaschi e a Carla sulla soglia e a quel Sergio detto con una voce che conosceva i contorni esatti di quella parola.
Aprì la posta. Quarantadue messaggi. Niente di anomalo — tranne uno, in cima, senza oggetto, con un indirizzo che non riconobbe subito e poi riconobbe benissimo: castellanienfigli@studiocastellani.it.
Lo aprì.
Gentile Signor Remi, la contatteremo telefonicamente in mattinata. Cordiali saluti.
Niente altro.
Attilio rimase con gli occhi sulla schermata, mentre Mancini, nella scrivania a fianco, stava mangiando un biscotto. Da qualche parte in ufficio una stampante si svegliò e cominciò a lavorare. Qualcuno litigava sulla porta dei bagni.
La telefonata arrivò alle undici e venti.
Numero sconosciuto. Attilio lo fissò vibrare sul tavolo per due squilli, tre, con la sensazione precisa di chi sa già cosa c’è dall’altra parte e apre lo stesso.
«Pronto.»
«Signor Remi.» La voce del dottor Forti era identica a sempre — quel timbro da frigorifero educato, quella cadenza che livellava tutto. «La disturbo?»
Attilio guardò Mancini, stava guardando il monitor con l’espressione di chi non ascolta, che è esattamente l’espressione di chi ascolta e fa finta di no.
«No,» disse Attilio, poi si alzò, prese il telefono, andò verso la finestra in fondo all’open space — quella che dava sul cortile interno, dove non andava mai nessuno, pronto a prodursi in improbabili giustificazioni e, se fosse stato necessario, a pregarlo di non sporgere denuncia. Ma non fece a tempo.
«Volevo innanzitutto scusarmi con lei.» disse il dottor Forti.
Attilio aprì la bocca. La richiuse.
«Ieri la nostra conversazione ha preso una piega sfortunata. Certe volte — e capisco che possa sembrare strano — certe volte il momento non è quello giusto. Ci vuole tempo. È comprensibile.»
«Io le ho tirato un portacenere,» disse Attilio, sottovoce.
«Una reazione emotiva,» disse il dottor Forti, con una generosità assoluta, del tipo che non lascia spazio al senso di colpa perché non lascia spazio a niente. «Una cosa normalissima. Non ci pensi più.»
Attilio si appoggiò allo stipite della finestra, gli girava la testa. «Ora sta bene?»
«Benissimo, grazie. Una piccola contusione. Niente di grave.» Attilio pensò al tappeto, alle stampe, a quel gorgoglìo orrendo che lo aveva tenuto sveglio la notte. Una piccola contusione. «È un bel pezzo, quel portacenere. Cristallo di Boemia, sa. Lo abbiamo da trent’anni.»
Attilio guardò fuori dalla finestra. Nel cortile interno c’era una bicicletta incatenata a un tubo, con una ruota sgonfia, che sembrava lì da anni.
«Dunque,» disse il dottor Forti, con quella voce che aveva sempre la forma di una cosa già decisa, «quando potremmo vederci? Per noi va bene questa settimana. Giovedì, venerdì — a lei come torna comodo?»
Noi. Quella parola piccola e plurale che includeva Attilio senza chiedergli il permesso.
Dall’altra parte dell’open space Mancini si era alzato e stava andando verso la macchinetta del caffè, passando accanto alla scrivania di Attilio — vuota, col telefono sparito, col cappotto non ancora appeso — si fermò un secondo, guardò verso la finestra dove Attilio stava in piedi col telefono all’orecchio.
Li separavano quindici metri e un vetro.
Mancini lo guardò con quell’espressione — quella che Attilio aveva già visto stamattina, sulla faccia di Carla di fronte al tiglio — quell’espressione che non era pietà ma le assomigliava, che non era sapere ma ci andava vicino, poi riprese a camminare verso la macchinetta.
«Venerdì.», disse Attilio.
«Venerdì.», ripeté il dottor Forti, e nella sua voce c’era qualcosa che in un altro contesto si sarebbe chiamato sollievo. «Diciamo le dieci?»
«Le dieci.»
«Perfetto. La aspettiamo, signor Remi.»
La aspettiamo. Plurale, di nuovo.
Attilio riattaccò e rimase alla finestra ancora un momento, con il telefono in mano, a guardare la bicicletta con la ruota sgonfia nel cortile deserto.
Poi tornò alla scrivania, si sedette, e aprì il documento su cui stava lavorando da tre giorni senza finirlo.
Mancini tornò dalla macchinetta con due caffè, e ne posò uno sul bordo della scrivania di Attilio, senza dire niente.
Attilio lo guardò.
«Grazie.», disse.
«Figurati.», disse Mancini. Era la prima volta in vent’anni che gli portava il caffè.

La seconda telefonata arrivò il mercoledì mattina, mentre era in bagno a fare la barba.
Lasciò il rasoio sul bordo del lavandino e guardò il telefono vibrare sul ripiano. Numero sconosciuto, ma non poteva essere un call center, ormai lo sapeva. Lo lasciò squillare fino alla fine, poi rimase lì con la schiuma da barba su metà faccia ad aspettare il messaggio vocale.
Non arrivò nessun messaggio vocale.
Riprese il rasoio, finì la barba. Si sciacquò, e il telefono squillò di nuovo.
«Pronto?», disse Attilio.
«Signor Remi.» Il dottor Forti aveva la stessa voce di sempre, ma con qualcosa sotto — non urgenza, qualcosa di più controllato dell’urgenza. Una pressione bassa, costante, come quella di un dito premuto su una superficie. «Mi scusi se insisto.»
«Figuriamoci.»
«Volevo solo — confermare per venerdì. E dirle una cosa.»
«Dica.»
Una pausa di due secondi, molti, per qualcuno abituato ad andare diritto al punto. «Capirà che il tempo a nostra disposizione non è infinito. Per nessuno dei due, intendo. E per nessuno di noi in generale.» Un’altra pausa. «È importante che ci vediamo.»
Attilio guardò il suo riflesso nello specchio del bagno. Vide un uomo sulla cinquantina, appena sbarbato, con il telefono all’orecchio e un’espressione che non riusciva a decifrare — come guardare una parola in una lingua che si conosce appena. Doveva essere lui, sicuramente, quello era Attilio Remi. Sono io, si disse: lo specchio ha la mia faccia. «Non possiamo rimandare in eterno.» disse quell’altro. «Nessuno può.» si sentì dire. 
«Appunto.»
Attilio si fissò nello specchio, come se stesse chiedendosi il parere su una decisione importante. Si vide annuire.
«Venerdì alle dieci.», disse.
«Venerdì alle dieci.», ripeté il dottor Forti. E nella sua voce c’era di nuovo quel sollievo plurale, quel finalmente trattenuto di chi ha gestito una pratica difficile e vede finalmente la fine del corridoio.

Il venerdì mattina Attilio si alzò presto.
Carla dormiva. La guardò un momento dal bordo del letto — la vestaglia color mattone appesa alla sedia, le scarpe allineate sul tappeto con quella precisione inconsapevole del sonno. Dormiva con la bocca leggermente aperta, come fanno le persone quando si sentono al sicuro. Pensò che era una donna che conosceva da vent’anni, e a tutte le volte che avrebbe potuto chiederle qualcosa, dirle qualcosa, fermarsi un momento, invece di andare avanti. Erano tante. Non erano andate da nessuna parte — erano ancora lì, quelle occasioni, impilate da qualche parte dentro di lui, adesso inutili come biglietti scaduti. Scrisse un appuntino su un pezzo di carta e lo lasciò sul tavolo della cucina. Sono uscito presto. Ci sono le fette biscottate nell’armadietto in alto. Poi rimase con la penna in mano un momento. Aggiunse: Baci. Uscì.
Gli uffici delle Onoranze Funebri Castellani e Figli erano uguali a sempre — le tendine di pizzo giallo, le piante vere, il solito Debussy, il solito frigorifero educato. La receptionist alzò gli occhi e sorrise con la precisione di sempre. «Signor Remi. La stavamo aspettando.» Il dottor Forti era in piedi quando Attilio entrò nella stanza — cosa insolita, una piccola rottura nel protocollo, come un quadro appeso un poco storto. «Signor Remi.» Gli tese la mano. «Si accomodi.»
Si sedettero. Sul tavolo non c’era la cartella di sempre, ma qualcosa di diverso — un fascicolo più sottile, color avorio, con una grafica diversa. Una intestazione che Attilio non riuscì a leggere bene. Sul lato destro della testa, appena sotto la riga chirurgica, Forti aveva una fasciatura bianca e spessa delle dimensioni di un mattone, già con una vistosa macchia giallastra al centro. Scendeva fino all’orecchio e ci girava intorno. Ci voleva impegno per non notarla. Il dottore non la menzionò. Aprì la cartella, e la studiò un attimo, poi alzò gli occhi su Attilio con un’espressione che era la cosa più vicina all’imbarazzo che Attilio avesse mai visto su quel viso. 
«Signor Remi.», disse. «Devo chiederle di accettare le nostre più sincere scuse.» Attilio aspettò, con gli occhi fissi su quella specie di turbante che fasciava la testa del dottore. Che però si comportava come se non ci fosse. «Me le avete già fatte.» mormorò, quasi vergognandosi, e il dottore rise lievemente. «No, non per quello.» Attilio era sempre più sconcertato: «E cosa allora?»
«Vede… C’è stato un errore.»
Debussy non trattenne il fiato neanche quella volta.
«Un errore amministrativo — raro, rarissimo, ma non impossibile. Le spiego. I dati vengono elaborati su base statistica, sa, con una serie di parametri — anamnestici, comportamentali, ambientali — e in certi casi—» Si fermò. Riallineò il fascicolo sul tavolo. «In certi casi si verificano delle… come vogliamo chiamarle? Imprecisioni. Lei non era — non è — nella finestra temporale che avevamo indicato.»
«Non la seguo.»
«L’abbiamo infastidita per nulla, non rientra tra i nostri… diciamo… potenziali assistiti.»
«Insomma, non devo morire.», disse Attilio.
«Non immediatamente.», disse il dottor Forti. «Non in questo periodo. Ci siamo sbagliati. E me ne scuso personalmente.»
A un certo punto, senza interrompere il discorso, il dottor Forti portò una mano alla fasciatura e la sistemò con un gesto preciso, due dita che premevano sul bordo del cerotto come si preme una piega della cravatta. Poi aprì di nuovo il fascicolo. La macchia giallastra al centro era leggermente più grande di prima.
Attilio rimase seduto nella sedia comoda con le mani sulle ginocchia. Fuori dalla finestra — una finestra che non aveva mai notato, che dava su un cortile interno con un glicine ancora spoglio — una colomba atterrò sul davanzale e ripartì subito.
«Capisco.», disse. Poi aggiunse: «Nella tabella — quella che stava guardando — c’è una data?»
Il dottor Forti non rispose subito e Attilio ebbe la spiacevole sensazione, per la prima volta, che stesse evitando di rispondergli. «Vede… ci sono dati sensibili che noi non siamo autorizzati a…»
«Ho visto che c’era qualcosa su quella cartella.», disse Attilio. «Una riga. Con il mio nome.», si protese in avanti. «Quando mi tocca?»
Il dottor Forti chiuse il fascicolo con una delicatezza eccessiva. «Signor Remi, quello che elaboriamo non sono date. Sono potenzialità. Finestre di rischio, diciamo. Concentrazioni statistiche di — probabilità.»
«E la mia finestra?»
«Era molto alta.», disse il dottor Forti. «E ampia. Questo spiega l’errore. I parametri erano tutti convergenti. Era un caso — tecnicamente — quasi certo.»
«Quasi.»
«Quasi.»
Attilio guardò il fascicolo chiuso. «E adesso?»
Il dottor Forti aprì le mani sul tavolo — quel gesto morbido, quasi paterno. «Adesso la finestra si è chiusa. I parametri sono rientrati. Lei è — per così dire — fuori dalla zona critica. E’ stato, diciamo così, resettato.»
«Per quanto?»
«Non possiamo saperlo. I parametri cambiano. La vita cambia.» Una pausa più lunga. «Ma in questo momento, signor Remi — in questo preciso momento — lei è un uomo con tutta la vita davanti.»
Attilio rimase in silenzio per quello che anche a lui sembrò un tempo molto lungo. Deglutì, e raccolse il coraggio, poi prese in mano il posacenere, lo stesso dell’altra volta. «Voglio sapere la data.» Il dottor Forti fissò la mano, il posacenere di cristallo di rocca, ma non fece neanche il gesto di tirarsi indietro.
«Non abbiamo date.», disse con voce atona. «Solo potenzialità.»
«Voglio sapere quando si riaprirà la finestra.»
«Non funziona così. Io posso dirle solo che quella attuale si sta chiudendo, e che, dopo che si è chiusa, non abbiamo motivo di preoccuparci»
Attilio appoggiò con cura il posacenere sul piano della scrivania. «Quindi è finita.»
Si alzò, prese il cappotto, lo indossò con una lentezza nuova, come se stesse imparando a fare un gesto che aveva fatto migliaia di volte.
«Signor Remi.», disse il dottor Forti.
Attilio si fermò sulla porta e lo fissò con uno sguardo strano, quasi di disprezzo. «Nell’auspicio di non vederLa mai più. » E trasse un lungo, voluttuoso respirone. «E’ finita. Questo conta.» 
E se ne andò, senza voltarsi indietro. Il dottor Forti lo guardò uscire, poi rivolse uno sguardo perplesso al suo assistente.
«Beh, finita…», mormorò «Quasi.»
Ma Attilio era già fuori.

Fuori, la città continuava con indifferenza assoluta.
L’aria era diversa — o forse era lui ad essere diverso, o forse non era diverso niente e la differenza era solo quella di uno sguardo che adesso aveva imparato a notare. Il cielo aveva quel bianco compatto che non promette né pioggia né sole. Un tram passò. Una donna litigava al telefono.
Attilio camminò sul marciapiede con le mani in tasca e sentì una cosa che non sentiva da giorni — forse da sempre, forse non l’aveva mai sentita con questa chiarezza: il peso specifico di essere vivo. Il rumore dei propri passi, l’aria fredda nei polmoni, il glicine spoglio che spuntava da un cortile, un bambino con uno zaino arancione che correva verso il portone di scuola.
Pensò a Carla, pensò che avrebbe voluto chiamarla — dirle qualcosa, non sapeva cosa, qualcosa che non aveva mai detto o che aveva detto troppo distrattamente. Pensò al biglietto sul tavolo della cucina con i Baci aggiunti all’ultimo momento.
Tirò fuori il telefono.
Non sentì niente e non si accorse di niente. O forse sentì un sibilo brevissimo, come un insetto velocissimo, e poi nient’altro. Un frammento metallico delle dimensioni di un sasso da spiaggia — bordi frastagliati, superficie annerita dal rientro nell’atmosfera, temperatura di quattrocentocinquanta gradi, velocità al momento dell’impatto di circa trecentocinquanta metri al secondo — residuo del satellite Kosmos-954, aveva percorso quarantamila chilometri in novantadue minuti per atterrare esattamente su quella testa, su quei capelli pettinati con cura ogni mattina da trent’anni. Entrò nel cranio come un proiettile attraverso una mela — netto, istantaneo, senza che niente all’esterno lasciasse capire cosa stesse succedendo dentro — e quel cranio che conteneva il Debussy, il rovere, la tovaglia buona, i Baci scritti all’ultimo momento, il nome di Carla a metà schermo non conteneva più niente. Il telefono rimase sul marciapiede con il numero di Carla a metà. Accanto, una scarpa.
Una scarpa sola.
Una signora che passava si fermò con qualcosa di caldo sul viso — qualcosa di denso, che non era pioggia. Portò una mano alla guancia, guardò le dita: rosse, di un rosso scuro e lucido che le dita riconobbero prima della mente. Non capì subito.
Sul manifesto elettorale affisso al muro dietro, il candidato sorrideva con i denti bianchi sotto uno slogan che invitava a votare per la giustizia e il rinnovamento. Nell’angolo in basso a destra del manifesto era apparsa una macchia rossa scura, già quasi nera sui bordi dove si stava rapprendendo, irregolare, della forma approssimativa di un arcipelago.
Non ci fu tempo per niente.
Dall’altra parte della strada una colomba atterrò su un davanzale, poi ripartì subito.

Nella stanza del dottor Forti il giovane con la cartellina si affacciò sulla porta.
«Potevi farlo aspettare in sala d’aspetto.» 
«Ho provato. Era già fuori.» 
Il dottor Forti stava già riaprendo il fascicolo color avorio. Prese la penna, trovò la riga con il nome di Attilio Remi, annotò qualcosa con la sua calligrafia precisa. 
«Ma forse è uno scrupolo eccessivo. Mancava pochissimo» disse il giovane con la cartellina. 
«Appunto.», disse Forti. «Che vuoi che succeda, in qualche minuto.» 
Chiuse il fascicolo, e scosse la testa, con un cenno di impotenza. 
«Hanno sempre fretta.» 
Si alzò, andò a preparare il caffè. 
Era una mattina come le altre.