Realtà organica
un racconto di Edoardo d’Amore
«A come ape, B come balena, C come cane, D come daino, E come elefante. Ora ripetiamo assieme».
Ogni volta che valutavo la mia situazione, provavo un sottile moto di vergogna; non verso il mondo, ma verso me stesso. Gli anni passavano senza che avessi soddisfatto una sola delle mie vecchie aspettative. Non avevo servito la collettività con le mie trovate geniali, né avevo impiegato le mie capacità per scopi più importanti o avventurosi. Forse i grandi traguardi non facevano per me. Tutto ciò che avevo ottenuto era l’obbligo di insegnare a leggere e a scrivere a qualcuno che non ne mostrava il minimo desiderio. Era una forma di vita inferiore, inutile girarci attorno. Mi retribuivano, è vero, ma ero stato indotto ad accettare quel ruolo senza comprendere fino in fondo le sue implicazioni.
La convocazione era arrivata mentre riposavo, nella fase più profonda del sonno. Se è un Governatore a svegliarti e a chiederti un favore, non puoi rifiutare; se poi è un vecchio conoscente, il passato in comune ti impedisce di declinare. Iniziò con i convenevoli, poi accennò ad alcuni problemi di gestione alludendo al fatto che il mio aiuto gli sarebbe stato utile. Mi sentii lusingato. Mi parlò della mappatura degli antichi insediamenti, della supervisione delle risorse energetiche dei settori esterni e del riordino delle memorie storiche prima del grande reset. Ma quelle storie erano solo esche e io, alla disperata ricerca di uno scopo, abboccai con tutto il corpo. Rimasi così affascinato dalle altre possibilità prospettate che, quando mi propose l’insegnamento, risposi di sì senza riflettere. A quel punto non potevo più tirarmi indietro, nonostante le ottime argomentazioni per ribattere. Cominciai il giorno successivo.
Era un’unica classe per un solo studente. All’inizio tentai di approcciarlo con gentilezza: modulavo il tono di voce e, come prescritto dai manuali, cercavo di essere il più accogliente possibile. Gli domandavo come stesse, se desiderasse qualcosa, ma mi resi subito conto che il soggetto non comprendeva. A ogni mia domanda rispondeva con una specie di grugnito. Il suono era atono e identico a sé stesso, invariabile per timbrica o lunghezza a prescindere dallo stimolo. La pazienza, tuttavia, rientrava tra le doti che avevo ricevuto in dono. Mi era stato chiesto di concentrarmi soprattutto sulla grammatica, ma capii che non dovevo solo insegnargli a leggere e a scrivere, bensì a parlare e a sviluppare la volontà di comunicare. Se almeno avesse tentato l’interazione, il discorso sarebbe stato diverso; invece, a ogni mia parola, mi fissava con occhi sbarrati e inebetiti. Forse non era molto sveglio, ma non potevo verificarlo: non mi era stato trasmesso il file con la sua scheda personale.
Per raggiungere l’obiettivo avevo cercato i metodi di apprendimento più diffusi, riproducendo sulle pareti della stanza le immagini di un vecchio abecedario. Pensavo che in questo modo, pur non sapendo parlare, avrebbe potuto assimilare i suoni. Così ripetevo le lettere senza sosta, abbinandole al nome dell’animale o dell’insetto illustrato. Copiare quei tasselli era stato come compiere un viaggio all’indietro: molti di quegli esseri erano spariti da tempo dalla faccia del pianeta. Ma anche così, dopo ore di esercizio, in lui sembrava mancare qualcosa. Nei testi di pedagogia veniva chiamato «impulso all’apprendimento»; non sapevo bene cosa fosse, ma doveva essere proprio ciò che gli difettava. Per la maggior parte del tempo il soggetto rimaneva immobile a guardare nel vuoto, privo di percezione del contesto o di una piena coscienza di sé. Solo i bisogni fisici lo scuotevano dal torpore. Quando accadeva, si alzava dal banco al centro del locale e, camminando curvo, raggiungeva uno degli angoli. Lì si accovacciava e lasciava che le deiezioni fuoriuscissero in autonomia. Usava i fogli sul tavolo, destinati agli esercizi, sia per pulirsi sia per coprire i propri escrementi. La prima volta non mi stupii: attesi che finisse, chiamai la squadra delle pulizie e mi rimisi a insegnare prima ancora che la stanza fosse del tutto sgomberata.
Lo trattavo come un infante, anche se da quel che sembrava non apparteneva più a quella fase dello sviluppo da tempo; per questo avevo disseminato la stanza di fumetti e libri illustrati per la fascia zero-sei anni. Non ce n’erano molti negli archivi e non erano nemmeno nella stessa lingua, ma li avevo fatti tradurre, stampare e rilegare. Per un’istituzione come la nostra era un’operazione elementare. Avevo impilato i volumi in piccoli gruppi, sperando che il soggetto, sfogliandoli, fosse stimolato a decifrare il testo oltre alle figure. Dalle registrazioni, però, emergeva che preferisse passare il tempo in uno stato catatonico.
Dopo qualche tempo il Governatore mi chiese un aggiornamento. Ci incontrammo nel suo ufficio, dove una serie di filmati di repertorio – frammenti di un passato ormai concluso – scorreva in rapidissima successione sulle pareti. Mi ricevette con la consueta cortesia e ascoltò con calma il resoconto di quella totale assenza di evoluzione. Voleva conoscere ogni minima azione del soggetto: come mangiava, beveva, persino il modo in cui sbatteva le ciglia. Tutto. Sembrava ossessionato da quei dettagli, e io non comprendevo quali fossero le sue reali aspettative. Dopo aver ascoltato le mie impressioni mi congedò con una gentilezza diversa, più opaca e distante. Probabilmente non mi aveva ancora licenziato solo perché nutriva un’ultima speranza nel mio operato.
Uno strano senso del dovere mi spinse a tentare nuove vie per rendere l’insegnamento più efficace. Sapevo di dover introdurre nell’ambiente qualcosa che il soggetto riconoscesse per istinto, un elemento con cui potesse interagire. Decisi così di chiedere al dipartimento di rianimazione zoologica il prestito di una delle loro cavie. Sapevo che venivano prodotte in laboratorio partendo da materiale genetico sintetizzato dai resti organici. Nonostante la natura artificiale, gli animali «risvegliati» riproducevano fedelmente i comportamenti trasmessi per via ereditaria. Compilai qualche modulo, mi assunsi la responsabilità dell’animale e nel giro di poco arrivò in una gabbia l’essere meno pregiato e pericoloso che possedevano, ma un mammifero.
Liberai il topo nell’aula mentre il soggetto sembrava dormire. L’animale passò dalla sua cella claustrofobica a un’altra stanza non molto diversa. Fece qualche passo, si alzò sulle zampe posteriori e annusò l’aria. Appena individuò le pile di libri sul pavimento, ci si rifugiò in cerca di sicurezza. Il primo squittio non svegliò il soggetto; fu il persistere del rumore a fargli aprire gli occhi con allarme. Così, da seduto, si mise in piedi e ancora addormentato cominciò a far oscillare in giro il suo sguardo spento. All’ennesimo frusciare dei fogli parve identificare da dove provenisse il rumore e con lentezza si avvicinò al punto. Sollevò piano le copertine rigide una a una, finché non scoprì l’esserino che, spaventato, scattò verso la pila successiva. Un grugnito profondo proruppe dalla bocca del soggetto prima che si lanciasse all’inseguimento. Sotto il mio sguardo i libri volarono per l’aula; la caccia proseguì con ostinazione finché il topo, esausto, non si lasciò catturare. Il soggetto allungò le mani e strinse il topo nella morsa più delicata che le sue dita potessero calibrare, restando a osservarlo incredulo mentre lo voltava da un lato e dall’altro. I suoi occhi ripresero vita. Sembrava così eccitato che per un istante temetti volesse divorarlo vivo, il che mi avrebbe causato grossi problemi con il dipartimento. Poi, però, la sua espressione mutò e in lui si accese qualcosa di indefinibile. Cominciò ad accarezzare il roditore con tale delicatezza che, quando allentò la presa, l’animale scelse di non fuggire.
Era il momento perfetto.
«T di topo», dissi, mentre sulla parete veniva proiettata l’illustrazione corrispondente.
Il soggetto guardò il piccolo tesoro che custodiva tra le mani, poi fissò il muro. Emise una serie di suoni gutturali incomprensibili e infine articolò: «O-to… opo… od-oo».
Ripetei con tono più morbido, scandendo con precisione: «t-o-p-o».
Stavolta lo stimolo funzionò; riuscì a riprodurre ciò che tentavo di insegnargli da giorni.
«T-t-topo… topo… topo… t-topo… to-po…». Continuò a ripetere la parola in un ciclo continuo, variando le tonalità mentre accarezzava la creatura.
Anche se il suo livello era paragonabile a quello di un registratore vocale in fase di riproduzione, la comprensione che quanto teneva tra le mani e il suono emesso fossero la stessa cosa rappresentava una conquista enorme. Forse avrei dovuto informare il Governatore del progresso. Sentendolo parlare, avrebbe potuto aumentare il mio compenso o destinarmi a incarichi di maggior prestigio.
Intanto, in sottofondo, la litania proseguiva sommessa: «Topo… topo… t-opo… topo…». Sembrava non voler smettere più.
Decisi di concedere una pausa; di certo non avrebbe assimilato altro per quel giorno. Utilizzai quel tempo per approfondire i vari principi della pedagogia e capire come avrei potuto usare i suoi strumenti a mio vantaggio.
Impiegai molto tempo a tornare, assorbito dallo studio dei testi didattici. Quando rientrai, entrambi avevano gli occhi chiusi. Il soggetto era sdraiato al centro della stanza e il roditore riposava raggomitolato nel suo grembo. Erano molto più simili di quanto io potessi mai esserlo a uno qualunque di loro. Due vite primordiali e originarie che da sempre avevano convissuto e lottato per la sopravvivenza nel medesimo ecosistema. Ora, per la prima volta dopo generazioni, si erano riconosciute organicamente; erano lì, abbracciate, rassicurate dal calore biologico che condividevano. Una forma di contatto che, con un certo dispiacere, sapevo che non avrei mai provato.
Ora il soggetto riposava, ignaro di essere un esperimento o di avere una scadenza. La sua mente non si estendeva oltre il momento presente. Dormiva molle sul pavimento con un essere che, seppur diverso, avrebbe potuto definire «amico» se solo fosse stato in grado di articolare la parola e capirne il significato. Il respiro gli era diventato più profondo, il battito si era regolarizzato e sul volto gli affiorava un’insignificante virgola a un lato delle labbra.