VANNI SANTONI

Un’intervista di Fabio Rodda
 

Ciao Vanni, siamo qui a intervistare te che sei la causa principale della nascita di Wertheimer e sicuramente hai dato una bella spinta anche al parto di Galápagos. Proviamo a fare il punto: tu hai molto il polso di quello che succede nel mondo letterario italiano e straniero oggi. Come siamo messi? Cosa sta succedendo, se qualcosa di rilevante sta succedendo?

Che dire. Cominciando dicendo che è un onore e una responsabilità avere una piccolissima parte di merito (minuscola, eh!) nella nascita di non una, ma due riviste. Se perseverate farete strada: è scritto. Venendo alla domanda: come già sapete, ritengo sia sano valutare lo stato della letteratura solo a distanza di due-tre lustri, visti i meccanismi di hype (o viceversa sottovalutazione) esistenti da sempre e senz’altro acuiti dall’emersione dell’industria culturale, che per esistere deve pur sempre vendere i libri, con tutto ciò che questo comporta a livello comunicativo e di qualità percepita vs qualità effettiva. Ciò detto, penso che lo stato del romanzo (specifico e metto pure il corsivo perché se c’è una cosa di cui mi sento esperto è quella, più che la letteratura in generale) sia ottimo, eccellente, fuor da ogni possibile polemica. Ne ho scritto a suo tempo qua, il pezzo ha già tre anni ma non mi pare obsoleto, visti appunto i tempi della letteratura: negli ultimi tre decenni abbiamo visto uscire libri non solo significativi ma impressionanti (fin troppo facile citare Bolaño o Sebald o il primo Houellebecq, ma anche Mitchell, Cărtărescu, Tokarczuk, Gospodinov, McCarthy (non solo Cormac ma pure Tom!), l’ultimissimo Auster, o ancora  Fernández Mallo… La lista è lunga, molto molto molto lunga…) e il fatto che all’inizio i testi di questi autori vengano intercettati solo da una nicchia mi pare normale, e non da oggi. Il romanzo, in questi ultimi decenni, ha esplorato territori nuovi, anzi conquistato territori nuovi, senza limite alcuno. Si può stare tranquilli. Personalmente resto di stucco ogni volte che penso solo di essere esistito, ancorché per un pugno di anni, nella stessa tempolinea di Thomas Bernhard. Non dimentichiamo, poi, che la circolazione all’uscita non ha nulla a che fare con la canonizzazione. Ti hanno letto in venti? Va bene lo stesso, gli altri arriveranno, se l’opera è significativa. Tornando alle riviste: come aveva a dire proprio Bolaño, i capolavori della letteratura sono sequoie o orchidee, ma nessuno ha mai visto una sequoia o un’orchidea crescere fuor da una foresta o da un giardino. Le riviste sono queste foreste e questi giardini, ancor prima di essere un luogo di formazione per nuovi autori (o meglio un dojo, cfr. Rivista Verde), o un porto sicuro – “di ritorno” – per autori vecchi, tipo me. 

Le intelligenze artificiali. In un articolo di oggi (22/2) su Il Post, vengono elencati una serie di libri già scritti da (in collaborazione con) chatGPT. Molti sono manuali sulla stessa AI, ma si trovano anche titoli in vendita su Amazon USA di narrativa per bambini e persino una raccolta di poesie. Se per me immaginare un’intelligenza artificiale che scrive libri venduti da una piattaforma somiglia molto al peggiore tra gli incubi, è comunque quello che sta succedendo. Se Midjourney è una rivoluzione per il mondo artistico, chatGPT è l’anno zero della “nuova” letteratura?

Per ora no ma magari domani sì. Facciamo un distinguo, visto che Midjourney e ChatGPT, per quanto accomunati nella narrazione giornalistica in quanto “A.I.” (spoiler: non sono veramente A.I., ma diverse applicazioni del machine learning), funzionano in modo molto diverso. La “diffusion” alla base di MJ porta il programma a usare una sorta di “immaginazione” (va da sé diversissima dalla nostra) per completare le immagini in modo molto più libero rispetto a quanto fa CGPT con i testi, essendo questi ultimi vincolati da regole grammaticali e semantiche. Ne deriva il fatto che è relativamente facile “forzare” MJ verso lo strano, l’assurdo, il bizzarro (campi in cui dà il meglio di sé, rispetto alle pedisseque, e francamente orribili “immagini base” che genera se gli chiedi semplicemente un gatto su una poltrona), rispetto a CGPT. La storia della letteratura “fatta dai robot” in realtà è lunga, e la riassume bene Gregorio Magini in questo articolo non nuovo ma nemmeno datato, e aggiungerei: non datato perché ancora siamo ben lontani da macchine che scrivono romanzi (o racconti, o poesie) in modo autonomo. 

L’altro ieri, parlavo con Giulio di Galápagos di questi temi e lui giustamente ricordava come la tecnologia, nel suo intento “alto” nasce per liberare l’uomo dalla schiavitù della fatica. Il mondo “compilativo” della scrittura è destinato a de-umanizzarsi. Immagino grandi terremoti nel sistema che vive di comunicazione aziendale. Il futuro della scrittura sarà un pianeta diviso in cui le AI scriveranno schede presentazione prodotto, powerpoint per il marketing e romanzetti rosa, mentre gli umani si dedicheranno a narrativa “alta” e poesia (lette da chi, poi? Ma questa è un’altra questione), o la letteratura si appiattirà sulla forma comunicativa dei logaritmi?

Non credo, no. La letteratura è una cosa enorme e ha tutti gli strumenti per cooptare in scioltezza le intelligenze artificiali, anche se queste (come è ormai ovvio) occuperanno molti ambiti della scrittura, e magari diventerà pure uno strumento integrabile nell’attività umana di scrittura, come già sta avvenendo con le A.I. “text to image” nel lavoro di molti illustratori. E se poi arriverà il Grande Romanzo Artificiale? Bof, lo leggeremo, perché no?

Torniamo al presente: il romanzo, oggi. Massimalista. Postmoderno. Il romanzo è romanzone, pieno di intenti, di pagine e di ego dell’autore. L’autofiction spopola. Sempre l’ego dell’autore al centro del progetto. O no? Come si sta trasformando il concetto stesso di romanzo, alla luce dei primi vent’anni del nuovo millennio e dell’accelerazione che questo tempo sta imponendo a tutto, arti comprese?

Semplificando, direi che ormai il termine “romanzo” è diventato un grande, enorme contenitore, capace di includere quasi qualunque tipo di scrittura che non sia puramente (ma chi lo dice, poi, cosa è puro e cosa no? Come dice Gospodinov, il romanzo è meticcio…) saggistica o poetica o critica. Il che non è un male: mi pare anzi un ulteriore segno dell’ottimo stato di salute della letteratura… Massimalismo finanche dalle premesse! Ora, è vero che altri medium, come ad esempio il videogioco, drenano oggi energie creative che un tempo sarebbero andate dirette al romanzo o al racconto, ma dall’altro lato non ci sono mai state così tante persone che scrivono, e di fronte a un contesto di ipercomplessità quale è quello attuale, va a finire che il romanzo è ancora, per dirla con Siti, “l’ammiraglia che la letteratura può schierare, rispetto alla cronaca e alla sociologia, quando si tenta di venire a capo della realtà.”

Chiudo con la domanda che non si può non fare a Vanni Santoni: due titoli. Cosa dobbiamo assolutamente andare a comprare in libreria, possibilmente quella piccola nel nostro quartiere (e non su Amazon) e perché?

Mi pare il momento di effettuare uno scarto, quindi dico tutti i fumetti di Jim Woodring, uno che ripartendo da estetiche di un secolo fa ha aperto un fronte concettuale e narrativo del tutto nuovo: Fran, Il congresso degli animali, Weathercraft, editi in Italia da Coconino. Aspetto un romanziere capace di fare quello che ha fatto lui col fumetto. Ah, e Slam Dunk di Takehiko Inoue, il Dickens dei nostri tempi.

Grazie mille di cuore.

Grazie a voi e lunga vita a “Wertheimer” e “Galápagos”!